Il valore di un programma "pedagogico-catechetico"
Si dice infanzia missionaria
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e si legge cittadini del mondo
Giulio
Albanese
("Avvenire", 6/1/’08)
Quando si parla dei minori,
tornano istintivamente alla mente questioni scottanti come quella che riguarda
il destino di 218 milioni di bambini nel mondo, i quali vengono quotidianamente
privati di un’adeguata istruzione, della salute e del loro tempo libero. Basti
pensare al reclutamento forzato dei "bambini soldato" e più in
generale allo sfruttamento minorile che rappresenta una vera sciagura da
combattere su più fronti, collegata alla globalizzazione degli scambi e dei
commerci. Ebbene, nell’odierna solennità dell’Epifania, che celebra la
manifestazione di Cristo ai Magi, ricorre la "Giornata
mondiale dell’infanzia missionaria".
Un’occasione per affrontare la questione minorile in modo propositivo,
trovando ispirazione nei valori del Vangelo. Si tratta di un appuntamento
annuale promosso dalla "Pontificia
Opera della Santa Infanzia"
con l’intento di risvegliare nelle giovani generazioni la coscienza
missionaria e sostenere, con un’azione pedagogica qualificata e mirata, la
loro apertura alla solidarietà cristiana. L’auspicio è che la parrocchia, la
scuola e la famiglia possano essere fattivamente coinvolte da un programma
"pedagogico-catechetico" nella formazione dei loro ragazzi; così che,
agendo attivamente insieme, crescano nella fede con uno spirito aperto all’universalità.
Fondata nel 1843 dal francese monsignor De Forbin Janson, vescovo di Nancy, la
"Pontificia Opera della Santa Infanzia" mira a educare ragazzi e
ragazze all’"Ad Gentes", in modo che nel loro piccolo possano già
sentirsi protagonisti della missione evangelizzatrice della Chiesa. Un giorno, d’altronde,
quando saranno adulti, saranno loro ad avere responsabilità "fattive" nella
"Vigna" del Signore. Da questo punto di vista, l’"Opera"
propone iniziative per soddisfare le necessità dei piccoli che vivono nel Sud
del mondo, mediante l’offerta di preghiere, aiuti materiali e una sana
educazione alla mondialità. Oggi, lo sappiamo bene, tutto si
"mondializza",
davvero tutto: dai videogiochi alle scarpe da tennis, dai biscotti al latte in
polvere... E non v’è dubbio che, indipendentemente dalle latitudini
geografiche, sono soprattutto le giovani generazioni a pagare il prezzo più
alto nella cosiddetta società globalizzata. Da questo punto di vista è più
che urgente attualizzare il precetto evangelico nella carità, considerando che
la cultura missionaria, uscendo dagli stretti meandri del
"provincialismo", porta
inevitabilmente ad aprirsi al rispetto dell’alterità. In particolare, qui da
noi in Italia, si tratta di vincere quel senso d’indifferenza che a volte
pervade il sentire comune, quasi che le disgrazie collettive che affliggono le
periferie del mondo – guerre, fame e "pandemie" – fossero realtà distanti e
che non ci riguardano in alcun modo. La tentazione è quella dell’individualismo
che porta a guardare al prossimo come fosse una sorta d’accidente. E la sfida,
soprattutto all’interno delle comunità cristiane, consiste innanzitutto nel
formare nei giovani una coscienza rispettosa della vita e solidale con i più
bisognosi, consapevole dei processi di interdipendenza economica e di
contaminazione culturale in atto, attenta all’impatto ambientale, orientata
verso nuovi stili di vita e il perseguimento di una maggiore giustizia a livello
planetario. Un contributo di tipo formativo, dunque, per far maturare il senso
di appartenenza alla cittadinanza mondiale, per una crescita della fraternità
universale tra Nord e Sud del mondo, tra vecchie e giovani Chiese.