Ma se i giovani si organizzano…

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Giulio Albanese
("Avvenire", 10/1/’08)

Fino a poche settimane fa, nell’immaginario nostrano, il Kenya evocava una sorta d’"oasi incontaminata" dove ad ogni piè sospinto risuonava la celebre allocuzione "swahili" "Hakuna matata", che significa letteralmente "qui non ci sono problemi". Oggi pare decisamente eccessivo esprimersi in questi termini, considerando le violenze che hanno devastato il Paese, a seguito della recente consultazione elettorale.
L’ex colonia britannica ha sempre evocato una sorta di romanticismo vacanziero, ad esempio quello dei "safari" nei parchi, inducendo legioni di turisti a emulare le avventure della celebre baronessa Karen Blixen. Eppure la realtà, quella della povera gente in carne ed ossa, è anni luce distante dai soliti "stereotipi" di certa comunicazione. Anzitutto perché in Kenya la questione sociale è sempre rimasta lì, a cielo aperto, drammaticamente irrisolta, nonostante il Paese abbia rappresentato, dati alla mano, una delle mete privilegiate del turismo africano. E sono proprio le "baraccopoli" di
Nairobi – come Kibera, Korogocho, Kahawa Soweto, Kamae, Kware, Kamwanya, Kanguku e tante altre – la "cartina di tornasole" del malessere nazionale, causato dalla corruzione di una classe politica che, con "connivenze" esterne al Paese, ha dilapidato per decenni le risorse dello Stato. Secondo un’indagine recente sarebbero oltre 240 gli "slum" che costellano Nairobi, nei quali sopravvive in condizioni disumane circa il 60% della popolazione urbana.
È dunque comprensibile che in mezzo a tanta umanità dolente vi siano delle "teste calde" capaci di commettere atti brutali derivanti dalla disperazione. Davvero inquietante è però soprattutto il modo con cui le vecchie "oligarchie" locali, "riciclatesi" nei vari governi di turno, hanno sempre guardato al loro "tornaconto", strumentalizzando le masse impoverite, mettendo un gruppo etnico contro l’altro. Da questo punto di vista il principale "genio malevolo" è stato sicuramente l’ex presidente Daniel arap Moi, il quale, attraverso i suoi "mastini", fomentava i cosiddetti "ethnic clashes" (scontri etnici) non solo nei "sobborghi" della capitale, ma anche lungo la dorsale della "Rift Valley", in località come Kajiado, Narok e Nakuru. Considerando che questo personaggio, a dir poco inquietante, ha dato il suo appoggio politico al presidente Mwai Kibaki, non c’è sicuramente da stare tranquilli.
Il fatto che quest’ultimo non accetti di mettere in discussione i risultati delle scorse presidenziali, quantomeno autorizzando una commissione d’inchiesta indipendente, la dice lunga sull’arroganza di chi non vuole rinunciare al potere. E se, da una parte, è vero che anche l’opposizione di Raila Odinga ha i suoi scheletri nell’armadio, nonostante vanti un indubbio rinnovamento nei "quadri"; dall’altra, è inconfutabile che nelle operazioni di scrutinio vi siano stati dei "brogli". E allora, essendo alle stelle il senso di frustrazione e risentimento di oltre la metà della popolazione keniana che vive con meno di un dollaro al giorno, la vera incognita è rappresentata dalle modalità che verranno scelte per gestire la crisi. Che è soprattutto una lotta di potere, mascherata dalla questione etnica.
In effetti, nei Paesi dove i processi democratici sono consolidati dal consenso della maggioranza, i problemi "economico-sociali" sono solitamente appannaggio del sindacato o di movimenti politici che hanno un forte radicamento nelle classi sociali meno abbienti. In Kenya invece, non essendovi mai stato un sistema rappresentativo dei diritti dei poveri, tutto questo precipita in quello che viene definito con altezzosità da noi occidentali "tribalismo". In realtà, altro non è che uno sfogo estremo – soprattutto dei giovani che sopravvivono in condizioni alienanti negli "slum" – strumentalizzato però ad arte per affermare il predominio di una stretta cerchia "autarchica". Ma se i poveri insorgono davvero, nessuno può prevedere gli effetti di queste conseguenze, né Kibaki, né tanto meno il suo rivale Odinga.