Il Kenya intanto è ridotto allo stremo

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Giulio Albanese
("Avvenire", 18/1/’08)

Nel giudicare la crisi "politico-istituzionale" che attanaglia ormai da settimane il Kenya, occorre segnalare il rischio sempre incombente del "manicheismo", non essendo corretto distinguere con taglio reciso, nella vicenda di un popolo, fra buoni e cattivi. È chiaro infatti che, ove i buoni fossero tutti da individuare nella "recalcitrante" opposizione e i cattivi nei "malevoli" gestori della cosa pubblica, la condanna verrebbe a pesare inevitabilmente sulle spalle di questi ultimi, il che francamente appare inesatto e altamente fuorviante. Per chi ha avuto modo di seguire gli accadimenti salienti di questo paese, c’è un dato che "trascende" il Kenya, vale a dire quel dato storico che è la crisi dei valori su cui è stato improntato il modello di sviluppo prima coloniale e poi "post-coloniale". Una crisi che si è manifestata sia nell’affermazione del potere "coercitivo" sia in quella – a fini mercantili – del tutto e del contrario di tutto, nella dilatazione senza limiti e senza ragione della categoria dei diritti e nel contestuale "restringimento" della categoria dei doveri. Sta di fatto che con l’indubbia complicità di "potentati stranieri", durante e dopo la "guerra fredda", un’orda di "roditori", in nome di questo o quello schieramento, ha divorato "famelicamente" tutto ciò che capitava loro a tiro. Uno scenario che ha determinato, fin dai tempi del "partito unico" ("Kanu"), un progressivo impoverimento ed una costante crescita numerica dei ceti meno abbienti per cui si sono innescate "contrapposizioni", lotte "fratricide" e complotti. Oggi è la volta del kikuyo Mwai Kibaki contro il luo Raila Odinga, ieri tra Odinga e il kamba Kalonzo Musyoka, come anche nel passato tra il kalenjin Daniel arap Moi e il "padre della patria", Jomo Kenyatta. La loro dialettica è stata sempre incentrata sull’affermazione di "meri" interessi di parte mai lontanamente coincidenti con quelli del popolo keniano, né tanto meno con quelli delle loro rispettive etnie. Eppure coloro che vivono nella miseria, oltre il 50 per cento della popolazione, si sono lasciati stordire, prima e dopo l’avvento del "multipartitismo", dagli "adescamenti" fatti di "grasse" promesse, non perché ci credessero, ma per abbandonarsi all’azzardo di un sogno, quello di poter evadere da una quotidianità fatta di stenti a non finire: poco importa se si trattasse d’inedia o del "miraggio" di un lavoro ancora tutto da inventare. Il potere, dopo tutto, è spesso capace di contaminare il cuore e l’anima degli inermi, facendoli precipitare nello sfogo, gli uni contro gli altri. E mentre sui politici di ogni colore pesa il "nume" della "convenienza" – del quale peraltro si sono accettate tutte le ispirazioni: dal "malcostume", all’inerzia e all’inefficienza – il Kenya è ridotto allo stremo. A nulla è valsa nel 2007 la crescita del "Pil" al 7 per cento con l’aumento esponenziale della "forbice" tra i pochi benestanti e i tanti "derelitti". E se da una parte urge quanto prima l’arrivo nel paese del mediatore internazionale indicato dall’"Unione Africana", l’ex segretario generale dell’"Onu" Kofi Annan, dall’altra s’impone il ritorno dello stato di diritto per cui Kibaki e Odinga debbono smetterla di tenere in ostaggio l’intera nazione. La gente chiede solo giustizia: di risolvere l’annosa questione della corruzione – trasversale all’intero "establishment" politico – quella della disoccupazione "schizzata" ultimamente al 40 per cento, come pure l’agognata "riforma fondiaria" e il "decentramento" dei poteri.
Problemi questi che vanno affrontati collegialmente col sostegno della "Comunità internazionale", prima che sia troppo tardi.