Oggi arriva il segratario "Onu"

PRECEDENTE    Nella disperazione il Kenya assediato    SEGUENTE

In Kenya, assassinato un altro deputato…

Giulio Albanese
("Avvenire", 1/2/’08)

Le notizie che provengono in queste ore dal Kenya sono assolutamente allarmanti. La sensazione diffusa è che il Paese sia ormai sull’orlo della "guerra civile". Anche l’uccisione, avvenuta ieri, di David Too, deputato dell’opposizione, pur se attribuita a motivi "passionali", rappresenta un fattore altamente "destabilizzante" non solo lungo la "Rift Valley", dove è avvenuto il delitto, ma per l’intera nazione. Sta di fatto che soprattutto tra i "ceti" meno abbienti - poco importa che si tratti di coloro che vivono nelle "baraccopoli" di Nairobi o nelle zone rurali - vi è un diffuso senso di malessere che precipita in quello che gli esperti di sociologia definiscono "estremo identitarismo etnico", una sorta di "immedesimazione" ad oltranza con il proprio gruppo di appartenenza, quasi che ogni forma di "alterità" rappresentasse l’origine e dunque la causa dei disastri che assillano il Paese. Una strategia messa a punto "furbescamente" da una "sedicente" classe politica che guarda solo e unicamente al proprio "tornaconto", secondo "spregiudicate" logiche di potere.
E mentre la "recalcitrante" opposizione non perde occasione per "stigmatizzare" i "brogli" perpetrati dall’avversario politico, l’attuale classe dirigente non è affatto disposta a rinunciare ad alcun privilegio di sorta.
Sta di fatto che i due principali protagonisti di questa angosciosa vicenda – il "leader" dell’opposizione Raila Odinga e il presidente Mwai Kibaki – danno l’impressione d’essere pronti a tutto pur di prevalere contro chiunque attenti ai loro reali o possibili privilegi.
Ma il "pasticcio", è bene rammentarlo, si complica soprattutto per la "connivenza" di "potentati" stranieri. Non è un caso se, prima che fosse avviata la campagna elettorale, decine e decine di milioni di dollari sono stati versati da "lobby" internazionali sui conti bancari dell’opposizione; un fenomeno riscontrato peraltro anche sul versante dell’attuale forza di governo, anche se in misura più ridotta ma comunque consistente. In effetti, nella storia del Kenya non si era mai verificato che i candidati potessero godere di una copertura "mediatica" decisamente inconsueta per un Paese in cui oltre il 50% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Detto questo viene spontaneo tornare indietro con la "moviola" della storia, a quando, proprio un anno fa, si svolse a Nairobi il "Social Forum" con delegazioni provenienti da mezzo mondo. Allora si parlò a "squarciagola" di giustizia sociale e di pace e per l’occasione venne organizzata una maratona nelle "baraccopoli" della capitale con l’intento dichiarato di diffondere il "verbo" della pace in mezzo a tanta umanità dolente. Oggi, quelle stesse "contrade", attraversate un tempo dai "tedofori" della "non-violenza," sono calpestate da bande di "giovinastri" armati di machete e spranghe, pronti a "soffocare" chiunque non parli la loro stessa lingua.
C’è da chiedersi che fine abbia fatto la società civile, quella realtà "composita" fatta di associazioni, gruppi e movimenti, impegnati strenuamente nella difesa dei diritti umani e delle libertà civili, a volte anche sotto la spinta di forzature "ideologiche". Di quella presenza fatta di tanti uomini e donne provenienti da ogni continente, oggi rimane solo lo "stendardo" dell’arcobaleno con incisa la parola "amani" che significa "pace" in "swahili". Una bandiera appesa all’ingresso della missione cattolica di Kariobangi, a poca distanza dalla "baraccopoli" di Korogocho. Chissà, forse sarebbe auspicabile che qualche "casco blu" di Dio, a parte i Missionari che hanno fatto la scelta di rimanere sul campo, scendesse in quei "gironi danteschi" dell’inferno dei poveri; soprattutto coloro che credono nel Vangelo della pace, proprio ora che ce n’è più che mai bisogno.