Cosa c’è dietro alla crisi che ha sconvolto il Ciad
Le forze europee in
Africa? ![]()
Il Sudan "filocinese"
non le vuole
Giulio
Albanese
("Avvenire",
7/2/’08)
La recente crisi
ciadiana, scaturita da un’improvvisa offensiva ribelle sulla capitale N’Djamena
per rovesciare il regime di Idriss Déby, è l’ennesimo preoccupante segnale
della fragilità degli equilibri "geopolitici" nel "Corno d’Africa".
In apparenza gli insorti avrebbero agito nell’interesse nazionale con l’intento
di riscattare il destino della popolazione dopo diciotto lunghi anni di
dittatura. In realtà, un attento esame della dinamica degli avvenimenti porta
in evidenza il coinvolgimento sudanese nell’assedio a N’Djamena, collegato
anche alle tristi vicende "darfuriane". Infatti, il governo di Khartum
– così sensibile agli interessi cinesi in Africa
– avrebbe "foraggiato" le forze ribelli ciadiane, impedendo così il
dispiegamento della forza europea "Eufor" in Ciad
e Repubblica Centraficana, approvato il 28 gennaio scorso dai Ministri degli
Esteri della "Ue". Il Sudan
infatti non ha mai visto di buon grado la possibile presenza di truppe europee
nel paese confinante, considerandola "scomoda" quanto il dispiegamento
nella tormentata regione del Darfur
di una forza "ibrida" composta da 20mila militari e 6mila poliziotti
delle "Nazioni Unite" e dell’"Unione africana" ("Ua").
Sta di fatto che le forze "antigovernative" ciadiane lunedì scorso erano quasi
riuscite ad espugnare N’Djamena, salvo poi decidere all’ultimo momento un’improvvisa
ritirata. Stando alle dichiarazioni dei "leader" ribelli, si sarebbe
trattato di una mossa strategica per consentire ai civili di abbandonare la
capitale prima dell’attacco finale, mentre per il governo ciadiano i ribelli
sarebbero stati respinti grazie all’intervento dell’esercito regolare. C’è
da sottolineare che in Ciad è di stanza un contingente militare francese, in
ottemperanza alle tradizioni della cosiddetta "Françafrique",
tanto cara al vecchio Charles De Gaulle e ai suoi illustri successori. Una
presenza che il nuovo corso impresso da Nicolas Sarkozy vorrebbe decisamente
rinnovare, sotto la spinta del Ministro degli Esteri Bernard Kouchner. Quest’ultimo,
fondatore di "Medici senza Frontiere" ("Msf"), attento quasi
per "vocazione" alle questioni umanitarie e al "multilateralismo",
ha fortemente voluto che il suo governo s’impegnasse in difesa dei campi
profughi sudanesi, disseminati nel settore orientale del Ciad. Un orientamento
peraltro sancito nel settembre dello scorso anno dalla "Risoluzione
1788" del "Consiglio
di Sicurezza dell’Onu"
che aveva autorizzato l’invio di 3.700 soldati europei (di cui 2.100 francesi)
nell’est del Ciad per proteggere i circa 450mila civili in fuga dal Darfur e
garantire la distribuzione delle derrate alimentari anche ad altre migliaia di
sfollati ciadiani e centrafricani. A questo punto è chiaro che Parigi farà di
tutto per accelerare il dispiegamento dell’"Eufor". Non a caso il
Ministro della Difesa francese, Herve Morin, durante la sua visita a sorpresa in
Ciad, ha dichiarato di voler portare a nome del presidente Sarkozy un
"messaggio di supporto" affinché gli scontri con i ribelli non
compromettano l’integrità del Paese. La questione di fondo che rimane aperta
è però l’imprevedibilità dei sudanesi che, sostenendo i ribelli ciadiani,
hanno di fatto ingaggiato una sorta di "braccio di ferro" con la
comunità internazionale per ritardare "sine die" il dispiegamento di
qualsivoglia forza "multinazionale" di "peace-keeping". Una
cosa è certa: il Ciad è ricco di petrolio, quello stesso "oro nero"
per cui le sorti della popolazione civile nel Darfur sono da anni appese ad un
esile filo. L’oggetto del contenzioso è tale per cui gli opposti interessi
stranieri, da Oriente a Occidente, potrebbero paradossalmente fare il gioco di
personaggi "autocratici" del calibro del ciadiano Déby - difeso
strenuamente da Parigi - o del sudanese Omar Hassan el Beshir,
"leader" del regime di Khartoum, in grado di fare il bello e il
cattivo tempo godendo della protezione cinese. Intanto, come al solito, è
sempre la povera gente a pagare in vite umane il prezzo più alto.