Sfide umanitarie e "geostrategiche" nel "Continente nero"
Muove Bush l’"Africano".
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E se finalmente l’Europa...
Giulio
Albanese
("Avvenire",
15/2/’08)
Qualche cronista
benevolo, dopo averlo ascoltato ieri allo "Smithsonian National Museum of
African Art", ha pensato bene di soprannominarlo "Bush l’Africano".
Un "appellativo" peraltro già utilizzato negli anni Novanta per il suo
predecessore, Bill Clinton. Sta di fatto che Bush,
nel corso della visita al noto complesso "museale" di Washington, si
è espresso molto favorevolmente nei confronti dell’Africa,
alla vigilia del "tour" che lo condurrà in Benin, Tanzania, Ruanda,
Ghana e Liberia. «Il mio viaggio – ha sottolineato – mostrerà quanto gli
americani sappiano essere compassionevoli donando denaro per combattere l’"Aids"
e altre malattie mortali».
Bush ha poi aggiunto che l’Africa è un luogo dove «la democrazia sta
avanzando, l’economia è in crescita e i "leader" affrontano le
sfide con determinazione».
È evidente la volontà di dare una forte connotazione umanitaria alla missione
del "numero uno" della "superpotenza" americana. E un’ulteriore
conferma viene dal comunicato della "Casa Bianca" che spiega come il
viaggio – da oggi al 21 febbraio – offrirà al presidente la possibilità
«di esaminare i progressi ottenuti dalla sua visita nel 2003 per aumentare lo
sviluppo economico e la lotta ad "Aids", malaria e altre epidemie
curabili». Non v’è dubbio però che questa visita debba essere
"letta" tenendo anche in considerazione lo scenario "geopolitico"
di un continente che ha acquistato dopo l’11 settembre una chiara valenza
"strategica" per Washington. In effetti, già nel maggio 2001, l’amministrazione
Bush – annunciando il suo piano energetico nazionale – avviò una maggiore
diversificazione delle importazioni petrolifere spostando sensibilmente l’asse
d’interesse dall’insidioso Golfo Persico verso il Golfo di Guinea,
direttrice più tranquilla, geograficamente più vicina e, dunque, meno
dispendiosa. Si tratta di un’area vastissima costellata da giacimenti – per
la maggior parte "offshore" – valutati attorno ai 20-30 miliardi di
barili.
Già allora, quando Bush era all’inizio del suo primo mandato, il "National
Intelligence Council" stimò che, entro il 2015, la quota
"africana" avrebbe coperto il 25% delle importazioni totali di greggio
destinate agli "Usa".
Da allora, però, la Cina, ha contrastato fortemente questo indirizzo della
"Casa Bianca" e si è posta in aggressiva concorrenza degli
"Usa", soprattutto nella regione del delta del Niger.
Sul versante opposto del continente, quello del Corno d’Africa, dove abbondano
egualmente gli idrocarburi, la situazione è invece caratterizzata da una forte
instabilità come nel caso del Ciad,
del vicino Darfur
e della Somalia.
Da questo punto di vista vi è da segnalare l’istituzione dell’"Africom",
avvenuta lo scorso anno da parte del "Dipartimento della difesa
statunitense". Si tratta di un centro di comando militare regionale che
copre i 53 Paesi africani (con la sola esclusione dell’Egitto) e va ad
aggiungersi ai cinque "comandi" già esistenti. Gli analisti concordano che il
crescente interesse americano per l’Africa sia dovuto in particolare all’espansione
del terrorismo islamico lungo la linea di "faglia" che dal Sudan,
passando per l’Eritrea,
giunge in Somalia. Ma al contenimento militare dell’estremismo islamico di
matrice "salafita" si aggiunge, appunto, l’esigenza di salvaguardare
gli interessi energetici. La preoccupazione è che, come avvenne ai tempi della
"Guerra fredda", in Africa vengano combattute le solite "guerre
per procura" che contrappongono gli interessi occidentali a quelli dei
"potentati" mediorientali dietro cui abilmente si cela il governo di Pechino. Un
incombente scenario da incubo, che può essere scongiurato se finalmente l’"Unione
Europea" riuscisse
a definire un’azione politica unitaria, protesa alla cooperazione nei
confronti dell’Africa e, quindi, capace di alleggerire la pressione dei due
"giganti" Cina
e "Usa".
La visita di Bush in Ghana – Paese cui spetta la presidenza di turno dell’"Unione
Africana" – potrebbe consentire di valutare la "reattività",
rispetto a questi temi, di un continente alla disperata ricerca di stabilità.