La mediazione di Kofi Annan e la proposta della Chiesa

PRECEDENTE     Kenya,     SEGUENTE
l’aspra crisi verso il rasserenamento

La comunità internazionale deve continuare
a mantenere il massimo dell’influenza diplomatica.

Giulio Albanese
("Avvenire", 22/2/’08)

Finalmente un segnale di speranza per il Kenya dopo giorni di tensione. Stando ad una dichiarazione rilasciata – per certi versi a sorpresa – dal mediatore ufficiale Kofi Annan, sarebbe stato raggiunto un accordo di massima sulla struttura di governo, che metta fine alla crisi "politico-istituzionale" innescata dalle contestate elezioni del 27 dicembre scorso.
Premesso che fino a mercoledì scorso sembrava che lo "stallo" nelle trattative fosse tale da indurre l’opposizione a scendere nuovamente in piazza, l’accordo dovrebbe prevedere la creazione del «premierato» da assegnare all’opposizione, per favorire così la formazione di un esecutivo di "coalizione" scongiurando nuove violenze, dopo quelle delle scorse settimane costate la vita a oltre un migliaio di persone. Non v’è dubbio che si tratta di un passo avanti nel dialogo tra il governo del presidente Mwai Kibaki e l’opposizione guidata da Raila Odinga, anche se è prematuro avventurarsi in valutazioni "fantapolitiche", non foss’altro perché bisogna verificare concretamente quali saranno i meccanismi che consentiranno la spartizione del potere tra le opposte "fazioni" politiche.
La "Costituzione" attualmente in vigore assegna pieni poteri alla presidenza e dunque molto dipenderà dalla messa a punto di quei dispositivi che regoleranno una "ridistribuzione" delle responsabilità secondo una logica "partecipativa" e non certo "clientelare". Da questo punto di vista è fondamentale quanto suggerito ieri dal
cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi: commentando l’intesa che sta maturando dai ‘negoziati" in corso, ha sottolineato l’urgenza di costituire almeno due "commissioni", composte da saggi ed esperti, magari coinvolgendo coloro che possono essere messi a disposizione dalle varie confessioni religiose presenti nel Paese. La prima dovrebbe garantire le condizioni di pacifica convivenza in uno stato di diritto all’insegna della giustizia e della riconciliazione, l’altra ha l’obiettivo di fare finalmente chiarezza sulle contestate elezioni, il cui esito ha sortito effetti devastanti "paralizzando" l’economia nazionale.
Detto questo, è chiaro che l’esito del "negoziato" dipenderà dal senso di responsabilità delle parti coinvolte nelle difficili trattative, nella consapevolezza che i veri problemi da affrontare sono quelli che riguardano il destino di oltre la metà della popolazione che sbarca il "lunario" con meno di un dollaro al giorno. È infatti risaputo che il malessere dei ceti meno abbienti – costretti a sopravvivere in condizioni penose nelle "baraccopoli" che "costellano" la capitale keniana come anche in altre parti del Paese – «precipita» nella questione etnica abilmente sfruttata dai contendenti politici per esercitare pressioni contro l’avversario. Non è un caso se proprio ieri l’"International Crisis Group" ("Icg"), un "centro studi" internazionale, ha lanciato un "monito" sul rischio di una nuova ondata di violenze in caso di mancato accordo tra le due parti in tempi rapidi. «Gli estremisti e le milizie dei due campi – si legge in una "nota" diramata dall’autorevole "osservatorio" con sede a Bruxelles – si preparano a un nuovo confronto e l’"Orange Democratic Movement", principale partito di opposizione, ritiene che in caso di fallimento dei "negoziati", la sua sola difesa contro la repressione e la sua sola speranza per una soluzione consistono nella sua capacità di sostenere le sue proposte attraverso la violenza».
Se da una parte è importante "stigmatizzare", scongiurando ogni forma di "manicheismo", le responsabilità dei due principali protagonisti dell’"arena" politica keniana – Kibaki e Odinga – , dall’altra è importante che la comunità internazionale continui ad esercitare il massimo dell’influenza diplomatica. Va infatti ricordato che la crisi keniana sta sortendo effetti devastanti nel "Corno d’Africa" dove sono in atto le crisi umanitarie del
Darfur e della Somalia, che di questo passo rischiano di "contaminare" i Paesi limitrofi.