Firmata l’intesa per un governo di "unità nazionale"

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Il Kenya torna a sperare

Giulio Albanese
("Avvenire", 29/2/’08)

Almeno per ora, l’impresa è riuscita a Kofi Annan. Il "mediatore" di spicco dell’"Unione Africana", forte anche dell’esperienza maturata al "Palazzo di Vetro", è riuscito a mettere d’accordo il presidente Mwai Kibaki e il "leader" dell’opposizione Raila Odinga. I due irriducibili "antagonisti" della crisi "politico-istituzionale" che ha paralizzato per due lunghi mesi il Kenya hanno firmato ieri a Nairobi un’intesa per la formazione di una "coalizione" di governo all’insegna della riconciliazione. Lungi da ogni "retorica", si tratta di un’indubbia vittoria della "diplomazia africana" che riscatta l’immagine politica di un Continente in grave difficoltà, soprattutto sul versante orientale: dalla Somalia al Darfur, passando per il Ciad.
Se da una parte è vero che la pressione della "comunità internazionale" si è fatta sentire ripetutamente grazie ai ripetuti interventi di Bruxelles e Washington, dall’altra è bene rammentare che il Kenya è stato in questi anni la "cartina al tornasole" delle contraddizioni determinate da un sistema "oligarchico" allergico ad ogni forma partecipativa nella gestione della "res publica".
Da questo punto di vista, a parte gli applausi, le strette di mano e i sorrisi che hanno fatto da "cornice" alla cerimonia dell’accordo, c’è da rilevare che il "sistema-paese" nel suo complesso ha "tenuto" rispetto a quelle che erano le previsioni, nonostante le violenze seguite alla "controversa" consultazione del 27 dicembre scorso. Non va infatti dimenticato che erano in molti a credere nei giorni scorsi che il Kenya sarebbe precipitato, prima o poi, in una sanguinosa "guerra civile" a sfondo etnico, riproponendo il drammatico scenario del "genocidio" ruandese. Per fortuna così non è stato, grazie anche alla straordinaria prova di civiltà e "ragionevolezza" che la gente comune ha saputo impartire alla classe politica.
Una parola di apprezzamento va anche rivolta alle "forze armate", le quali tutto sommato hanno resistito alla tentazione del "golpe", una consuetudine radicata nella storia "post-coloniale" africana. L’intesa, così com’è stata presentata da Annan, contiene delle novità "sostanziali" che vanno decisamente al di là della "mera" logica della spartizione del potere. Anzitutto perché prevede la creazione del "premierato", un incarico che verrà al più presto inserito nel "dettato costituzionale". E a guidare il nuovo governo sarà chiamato un deputato esponente di "spicco" del partito di maggioranza. Dunque, con ogni probabilità spetterà ad Odinga, "leader" dell’"Orange Democratic Movement" ("Odm"), a guidare l’esecutivo essendo il suo schieramento quello maggioritario nell’"arena parlamentare". E al suo fianco sederanno due "vice", uno per la maggioranza, uno per la minoranza di Kibaki il quale continuerà a ricoprire, anche se con meno poteri, la massima carica dello Stato. In sostanza l’accordo dà il via libera ad una "squadra" di governo in grado di rispecchiare la forza parlamentare dei partiti nella divisione dei "dicasteri", esprimendo però l’esigenza espressa in più circostanze dalla "diplomazia internazionale" di un modulo operativo incentrato sulle "larghe intese" «per la sopravvivenza del Kenya – sono le parole di Annan ai giornalisti – per la pace ed il benessere del suo popolo». Detto questo è chiaro che ora sia Kibaki che Odinga dovranno dare prova della loro volontà politica di collaborare, affrontando i numerosi problemi all’ordine del giorno. Prima di tutto ristabilendo nel paese lo "stato di diritto" minacciato da alcune "frange" estremiste dei loro rispettivi partiti, per poi passare alle questioni "scottanti" derivate dalla "paralisi" dell’economia nazionale, da quando cioè si svolsero le "dibattute" elezioni generali. Vi è poi la "vexata quaestio sociale" che finora nessun governo ha mai affrontato con decisione, in un paese in cui oltre il 50% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. In questo frangente, è certamente difficile fare previsioni sul futuro di questo paese perché nessuno dispone della fatidica "sfera di cristallo", ma i passi fin qui compiuti a livello "negoziale" fanno decisamente ben sperare.