Implacabile giudizio di "Msf" sull’informazione tv

RITAGLI    Se la competizione tra "tg"    MISSIONE AMICIZIA
fa perdere d’occhio il mondo

Giulio Albanese
("Avvenire", 13/3/’08)

Il giornalismo televisivo dei grandi "network" italiani esce davvero con le "ossa rotte" dal "Rapporto" realizzato da "Medici senza frontiere", in collaborazione con l’"Osservatorio" di Pavia, sull’attenzione alle aree di "crisi" mondiali. Come abbiamo già altre volte "stigmatizzato" su queste pagine, si tratta di avvenimenti che non fanno notizia o, nella migliore delle ipotesi, vengono ospitati nell’ultimo notiziario notturno o in poche righe tra le brevi.
Per carità, il criterio della vicinanza geografica avrà sempre un peso "discriminante", ma impressiona l’incapacità a riconoscere i grandi "drammi" del tempo che viviamo. Ed è un fatto che il "piccolo schermo" dominante si rivela sempre più come un contenitore "casereccio" nel quale troppe tragedie – poco importa se dovute a guerre, carestie o epidemie – trovano spazio solo quando vengono direttamente coinvolti alcuni nostri "connazionali". E allora, spesso, tutto finisce per ridursi a una sorta di discutibile "rotocalco". S’intervistano i parenti delle vittime, e magari solo per chiedere loro "come stanno" (domande che meriterebbero l’applicazione di provvedimenti "disciplinari" da parte dell’"ordine dei giornalisti"...). Per non parlare di quando l’intrattenimento prende direttamente il sopravvento, al punto che qualche "tg" arriva ad aprire il notiziario di "punta" con la "cronaca rosa" o con la notizia del vincitore del "Grande Fratello".
Se poi, per causa di "forza maggiore", i temi sono di "respiro" internazionale, i casi sono due: o vengono radicalmente ignorati, o altrimenti ridotti ai soliti "stereotipi" stile "Western", dove fin dalle prime battute si sa chi sono i buoni (i "cowboy") e i cattivi (gli "indiani"), e tutto comunque è classificato e descritto per "contrapposizioni" estreme ("nero-bianco", "reazionario-rivoluzionario"...). Il che porta inevitabilmente a "banalizzare" e a volte, purtroppo, con qualche "brutalità semplificatoria" realtà invece complesse e articolate.
Altre volte si ha addirittura la sensazione che l’essenziale, per certi "operatori" del mondo della tv, non sia spiegare quanto succede in altri Paesi, ma di "competere" tra "tg", come se l’informazione fosse un mediocre "gioco" in cui gli uni sorvegliano gli altri. Ne consegue che quando scoppia una "crisi", come ad esempio quella irachena, le principali testate "catapultino" i loro inviati nello stesso unico posto. Il resto del mondo non esiste, o almeno la "vigilanza" giornalistica è "virtualmente" sospesa, per rispondere a presunte esigenze di "mercato".
A questo riguardo è bene rammentare che oltre a "Msf", anche la "stampa missionaria italiana" è scesa da tempo in campo sul tema dell’informazione dal "Sud del mondo", lanciando nel febbraio del 2006 una
"Campagna" dal titolo più che emblematico: "Più notizie e meno Gossip". In effetti, come ha affermato in più circostanze l’attuale corrispondente della "Rai" a Nairobi, Enzo Nucci, se la "Rai" ha aperto una sede in Africa, molto lo si deve alla "mobilitazione" dei missionari. Detto questo, proprio perché l’informazione è la prima forma di solidarietà, alla luce anche del "dossier" di "Msf" presentato ieri a Roma sulla "copertura" giornalistica delle "aree di crisi" da parte di "Rai" e "Mediaset", è evidente che il cammino è ancora tutto in salita. A poco serve avere una redazione del servizio pubblico a Nairobi, guidata da un ottimo giornalista, se poi gli spazi relativi alla Somalia – Paese i cui "trascorsi" sono legati all’epopea "coloniale" italiana – sono pressoché inesistenti.
Occorre, insomma, cambiare "marcia". E rendersi conto che bisogna parlare con serietà e franchezza al grande pubblico televisivo italiano, nella consapevolezza che le questioni internazionali hanno decisamente a che fare col destino comune dei popoli. Il fatto che proprio un’azienda come la "Rai" abbia permesso alla "radiofonia" di creare delle "finestre" aperte sul mondo attraverso programmazioni attente ai temi della solidarietà, come "Oggi Duemila" o "Radio Tre Mondo", dimostra che questa via è ben percorribile. E che l’interesse degli italiani a essere informati davvero non è affatto un’invenzione dei missionari o delle "Ong".
Parafrasando Martin Luther King, non abbiamo paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti.