Interminabile "lista dei mali" in questa Pasqua
I difficili argini della
speranza ![]()
nel mondo "globalizzato"
Giulio
Albanese
("Avvenire",
23/3/’08)
Se dovessimo provare
a stilare una "lista dei mali" che affliggono l’umanità in questa
Pasqua, non sapremmo da dove cominciare. Si contano infatti a milioni le vittime
dei conflitti che "insanguinano" le periferie del mondo. Dalla Colombia
alla Palestina,
dal Darfur
alla Somalia,
dall’Iraq
al Tibet,
passando per l’Afghanistan
pare che il "sacrosanto" diritto alla vita sia ostaggio dell’odio e
d’ogni altra forma di "prevaricazione". "Mattanze" feroci
che vedono gente d’ogni colore "immolata" sull’altare dell’egoismo
dai "satrapi" del nostro tempo. Morti dunque per l’indipendenza del
loro paese, per la libertà o più semplicemente "falciati" dall’inedia,
stenti o "pandemie". Sta di fatto che in un contesto "globalizzato"
che penalizza fortemente il "sud del mondo", caratterizzato da
inaudite ingiustizie e "sopraffazioni", è difficile, senza l’ausilio
della fede, riuscire ad individuare gli "argini" della speranza. D’altronde l’acuirsi
delle tensioni viene ulteriormente "esasperato", un po’ a tutte le
latitudini, dalla "concentrazione" di denaro nelle mani di pochi, una
strategia "fomentata" dal potere "ottuso" di questa o quella
"oligarchia".
Risuonano quanto mai attuali, "stigmatizzando" il paradosso, le parole
di
Martin Luther King
secondo cui "abbiamo imparato a volare come gli
uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come
fratelli". Di fronte a questo "scenario" l’antidoto al
pessimismo è rappresentato innanzitutto e soprattutto da una
"schiera" innumerevole di uomini e di donne "laici" e
"consacrati" - che nessuno potrà mai davvero contare, i quali hanno
perduto la vita "terrena" perché non credevano nella vendetta o nella
violenza. È vero che molti degli "eroi" di cui stiamo parlando - e la
cui memoria diventa "intelligibile" solo e unicamente alla luce del
mistero pasquale - sono morti per caso, sì nel bel mezzo d’un
"convoglio" attaccato dai ribelli o di un’orda di
"profughi" dimenticata dal "consesso" delle nazioni.
Qualcuno li ha definiti "martiri missionari", altri più cautamente
"missionari uccisi", ma il loro sacrificio li rende comunque,
"parafrasando" Giovanni
Paolo II nella "Tertio
Millennio Adveniente", "Militi ignoti della grande causa di Dio"
(37). In effetti, tanto per citare un esempio, quando il 1° agosto del 1996
monsignor Pierre
Lucien Claverie
"saltò" col suo autista sulla bomba collocata dagli "estremisti
islamici" ad Algeri,
aveva già chiaro in mente il rischio che correva nell’esercitare il
"ministero episcopale" in una terra drammaticamente preda del peggior
"terrorismo". Pochi giorni prima di cadere vittima, il presule aveva
scritto: "La morte può arrivare da qualsiasi parte. Non cerco il martirio.
Ma sarebbe la mia vita degna se fosse conservata in frigo? È degna se
conformata con la mia capacità di donarla".
Lo stesso spirito, è bene rammentarlo, animò il servizio pastorale di monsignor
Faraj Rahho,
arcivescovo di Mosul,
ucciso dopo essere stato sequestrato il 29 febbraio scorso da un
"commando" armato nei pressi della "martoriata" città
nordirachena. Non v’è dubbio allora che la vera Resurrezione passa
inevitabilmente attraverso il "Venerdì Santo", quello dei tanti
popoli che sopravvivono nei "bassifondi" della Storia. Domani, poi,
"Lunedì dell’Angelo", per una rara coincidenza liturgica, è anche
l’anniversario dell’assassinio nel 1980 di monsignor Oscar A. Romero,
arcivescovo di San Salvador. Ricorre pertanto la "Giornata", di
preghiera e digiuno, per i missionari caduti sul campo, un’iniziativa promossa
dal "Movimento
giovanile missionario"
delle "Pontificie
Opere Missionarie"
italiane.
È certamente il modo migliore per "attraversare" le acque del Mar
Rosso, passando dalla "schiavitù" del peccato e della morte alla vita
annunciata dall’Angelo alle donne di fronte al "sepolcro" vuoto.