Domani lo Zibabwe al voto

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di un Paese allo "stremo"

Giulio Albanese
("Avvenire", 28/3/’08)

Le "elezioni generali" di domani nello Zimbabwe sembrano rappresentare l’ennesima provocazione del Presidente Robert Mugabe nei confronti di una nazione ridotta allo "stremo". Stando agli osservatori tutto sembra giocare a favore del suo partito, lo "Zanu-Pf". D’altronde il "copione" era già stato scritto da tempo se si pensa che a fine gennaio, durante il vertice dell’"Unione Africana", Mugabe aveva fatto intendere di non voler mollare lo "scettro". A ciò si aggiunga il fallimento della "mediazione" del Presidente sudafricano Thabo Mbeki, il quale si era impegnato a concludere un’intesa tra governo e opposizione nello Zimbabwe. Ma per quanto Mbeki abbia fatto di tutto, a nome della "Sadc" ("Cooperazione per lo sviluppo dell’Africa Australe"), per affermare la necessità di una "riforma costituzionale" in grado di assicurare la "svolta" democratica, da oltre un anno autorevoli esponenti della società civile avevano espresso seri dubbi sulla reale volontà di Mugabe e del suo "establishment" di cambiare le regole del gioco. Anzi, la decisione "unilaterale" di Mugabe di fissare per il 29 marzo la data delle elezioni è stata preceduta e accompagnata da una serie di provvedimenti poco "trasparenti" e addirittura "intimidatori" con l’intento di scongiurare qualsiasi ipotesi di "alternanza". Non solo il "Presidente-Padrone" ha pensato bene di aumentare le "circoscrizioni elettorali" nelle zone rurali dove lo "Zanu-Pf" gode ancora del sostegno di alcune "frange" popolari, ma ha addirittura "manipolato" le procedure di registrazione degli aventi diritto, concedendo poco più di una settimana per la "rettifica" degli errori, molti dei quali inseriti deliberatamente nel sistema dal "regime" di Harare.
Per non parlare delle "schede elettorali" stampate: circa 9 milioni per 5,9 milioni di persone chiamate alle urne. Se a ciò si aggiunge la legislazione "draconiana" che ha praticamente soppresso la libertà d’espressione e associazione, innescando peraltro un clima di "terrore" nei confronti di chiunque si opponga all’"oligarchia" dominante, non pare assolutamente esservi sufficiente spazio di manovra per realizzare l’auspicato cambiamento.
Con queste premesse, l’unica speranza è riposta in un "voto" – ha scritto idealisticamente sul "Wall Street Journal" Morgan Tsvangirai, "leader" del "Movimento per il Cambiamento democratico" ("Mdc") – «che riesca comunque a riflettere la volontà popolare e premi dunque l’opposizione». Una cosa è certa. Gli avversari di Mugabe faranno di tutto per "racimolare" più voti possibili al fine di contrastare in sede parlamentare una politica che finora ha prodotto disastri economici a non finire: dall’inflazione al 150mila per cento alla disoccupazione oltre la "soglia" dell’80 per cento. Il "prodotto interno lordo" dal 2000 ha segnato un meno 50 per cento, mentre l’aspettativa di vita è bassissima: 37 anni per gli uomini, 34 per le donne.
Per carità, è risaputo che l’agognata "riforma agraria", dopo anni di "colonialismo", andava realizzata, ma non certo con la modalità degli "espropri" ideata da Mugabe e che ha "paralizzato" la produzione agricola. In sede "internazionale" non sono pochi ad interrogarsi su quelle che potranno essere le reali conseguenze del voto di domani, temendo il ricorso alla "violenza" sulla scia di quanto già accaduto in
Kenya dopo le elezioni del 27 dicembre scorso. L’incertezza riguarda soprattutto l’atteggiamento con cui verrà accolto il "verdetto" delle urne dalla gente. Per la Presidenza corrono, oltre a Mugabe, Tsvangirai e l’ex "Ministro delle Finanze", Simba Makoni. La scesa in campo di quest’ultimo, sebbene rappresenti un’"incrinatura" all’interno del "regime", potrebbe, alla prova dei fatti, acuire la dispersione del cosiddetto "voto di protesta" contro Mugabe. Da rilevare che come al solito la Cina, "dietro le quinte" e non solo, benedice il "regime" dimostrando per l’ennesima volta una sorta di "allergia" nei confronti dell’"agenda" per i "diritti umani".