L’"affidabilità politica" di molte nazioni africane
La "parabola" di
Mugabe, ![]()
padre diventato padrone
Giulio
Albanese
("Avvenire", 6/4/’08)
Le sofferte "vicende
elettorali" che stanno "affliggendo" lo Zimbabwe
sollevano l’annosa questione dell’"affidabilità politica" di non
poche nazioni africane. Nel loro complesso, esse appaiono estremamente
"variegate": dalle democrazie "partecipative" ai regimi
dittatoriali.
Emblematico è il "raffronto" tra due figure "chiave" della
storia moderna dell’Africa
australe, Nelson
Mandela e Robert
Mugabe. Il primo, com’è
noto, è stato l’artefice negli anni ’90 del nuovo "corso" in
Sudafrica sancendo, in linea di principio, il "ripudio" della violenza
e il diritto di "cittadinanza", indipendentemente dall’appartenenza
razziale.
Il secondo di converso, sebbene in gioventù avesse lottato strenuamente contro
il "colonialismo" dell’ex Rhodesia, meritandosi perfino l’appellativo
di "Padre della Patria", ha trasformato lo Zimbabwe in un Paese povero
e oppresso.
Sebbene entrambi siano stati garanti di una "missione comune" contro
ogni forma di "segregazionismo", alla prova dei fatti hanno dimostrato
d’essere distanti anni luce nella rispettiva "prassi" politica. In
questa prospettiva, il "caso Zimbabwe" è sintomatico di quei regimi
che, con sfumature e "camuffamenti" diversi, tendono a ridurre, o
addirittura a eliminare, il "pluralismo" politico,
"soffocando" le istanze di "rinnovamento" provenienti dalla società
civile.
L’ex Rhodesia, è bene rammentarlo, dal 18 aprile 1980, quando venne
proclamata ufficialmente la Repubblica dello Zimbabwe, si era imposta
gradualmente per alcuni significativi successi economici e sociali. Dalla fine
degli anni ’90, però, la "sete" insaziabile di potere da parte di
Mugabe lo ha portato a mantenere il "comando" con ogni mezzo, fino a
ridurre in povertà i quattro quinti della popolazione. Ha addirittura
"polverizzato" il reddito nominale "pro capite", che ormai
è un decimo di quello che il Paese un tempo poteva vantare.
Non è un caso che l’arcivescovo anglicano e "Premio Nobel per la
Pace" Desmond Tutu,
a proposito delle "elezioni generali" tenutesi la scorsa settimana,
abbia "stigmatizzato" il comportamento di Mugabe, dichiarando che,
«se si fosse ritirato una decina di anni fa, oggi sarebbe molto rispettato.
Pertanto speriamo che sia capace di andarsene dignitosamente».
Mentre nello Zimbabwe non vengono ancora diffusi i risultati delle
"presidenziali" ed è ormai certo che Mugabe sarà in
"lizza" anche per il "ballottaggio" con il suo avversario di
sempre Morgan Tsvangirai, viene spontaneo chiedersi quali possano essere i
margini reali per garantire stabilità e partecipazione a quei Paesi che
continuano ad essere sotto il "giogo" di regimi "dispotici".
Se da una parte sono innegabili le "interferenze" straniere nelle
dolorose vicende africane, dall’altra occorre promuovere le condizioni perché
possano maturare nuove classi dirigenti capaci di servire la "res publica".
Mugabe ha fallito, come dimostra l’imposizione con la violenza di una
disastrosa "riforma agraria", che ha dato le terre ai reduci della
"guerra di liberazione" quasi "azzerando" la produzione agricola.
Sarebbe bastato "tutelare" diversamente i legittimi interessi della
nazione con gli strumenti del "diritto" e non della
"prevaricazione". La storia di Mugabe richiama alla mente una massima
del poeta Walt Whitman, secondo cui la parola "democrazia" «è una
grande parola, la cui storia non è ancora stata scritta, perché quella storia
deve ancora essere messa in atto». Un ragionamento che vale certamente per il
"Presidente-Padrone" dello Zimbabwe, ma anche per tutti quei governi,
a qualsiasi "latitudine", che considerano l’"agenda politica
internazionale" finalizzata all’esclusiva tutela dei loro interessi di
parte, prescindendo dal "bene comune" dei popoli.