Giulio
Albanese
("Avvenire", 18/4/’08)
La riunione di alto livello
svoltasi mercoledì scorso al "Consiglio di sicurezza" delle "Nazioni
Unite" dedicata all’Africa
offre lo spunto per riflettere su una lunga serie di questioni sulle quali l’Europa
in particolare dovrebbe interrogarsi. Emblematico è il caso dello Zimbabwe,
dove la "crisi" politica istituzionale potrebbe seriamente
pregiudicare il cammino democratico avviato da non poche nazioni africane.
Non è un caso, ad esempio, se durante il "meeting" svoltosi al
"Palazzo di Vetro", la percezione europea, in favore di un
"cambiamento", ad Harare non è stata recepita, come forse erano in
molti ad attendersi, da un grande Paese come il Sudafrica. Il governo di
Pretoria, infatti, ricoprendo la Presidenza di turno del "Consiglio di
Sicurezza", ha ritenuto opportuno non mettere in "agenda" la
crisi dello Zimbabwe in quanto tale, privilegiando invece una sorta di approccio
"regionale" con l’intento di "stemperare" le polemiche che
investono il Presidente uscente Robert Mugabe.
Ecco perché viene il sospetto che dietro quella che in apparenza sembra essere
una differente concezione delle relazioni internazionali in termini di libertà
e "diritti umani" si celi un "diverbio", che non ha nulla a
che vedere col buon governo di questo o quel Paese. Esso invece riguarda la
messa a punto degli accordi di "partenariato economico"
("Epa") tra Europa e Africa. La motivazione è rintracciabile nella
convinzione che molti governi africani temono che gli "Epa", con il
ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti
europei, vadano a provocare un danno irreversibile alle loro già
"precarie" economie nazionali. Gli europei da parte loro, come già
espresso nel dicembre scorso in occasione del Vertice "Euroafricano"
di Lisbona, hanno l’urgenza di concludere gli "Epa" in tempi rapidi
vista l’importanza "strategica" del negoziato, soprattutto per i
"rincari" delle materie prime, petrolio "in primis".
Prodotti questi che, com’è noto, "lievitano" di giorno in giorno,
di pari passo alla corsa da parte soprattutto di Cina,
India
e Brasile
per "accaparrarsi" le risorse energetiche del continente africano. Se
da una parte è vero che l’"Unione Europea" si attesta al primo
posto nelle "sovvenzioni" economiche all’Africa – circa il 52%
dell’ammontare ufficiale degli aiuti allo sviluppo per il continente – dall’altra
è importante promuovere "sinergie" per "implementare",
oltre allo sviluppo, una politica che possa dirsi "reale", in grado di
migliorare le relazioni tra i due continenti. L’obiettivo finale d’altronde
dovrebbe essere quello di superare le "barriere" sociali ed economiche
africane, consentendo ai governi locali di far fronte adeguatamente alle
"sfide" imposte dalla "globalizzazione" dei mercati. In
sostanza, non è più possibile disgiungere il tema della "governance"
democratica o quello del rispetto dei "diritti umani", dalle questioni
relative al commercio, alla "migrazione", o all’occupazione.
Rafforzare il dialogo, dunque, è fondamentale per superare i
"retaggi" del "colonialismo" e cancellare le incomprensioni
determinate dal "pregiudizio", contenendo le "pressanti"
spinte di quei Paesi emergenti alla ricerca di risorse energetiche nel
continente africano. A questo riguardo, partendo dall’assunzione che la "globalizzazione"
sta moltiplicando disagi e problemi sia all’Europa che all’Africa, occorre
davvero "modellare" una nuova visione del futuro, promuovendo una
comune "agenda" nell’"arena internazionale", con posizioni
politiche condivise da tenere qualora se ne ravveda la necessità, come nel caso
dello Zimbabwe, o delle crisi in atto nel "Corno d’Africa" (Darfur
e Somalia),
per non parlare del "caro petrolio" che penalizza ricchi e poveri.