"Speculazioni" e non "sovrappopolammento"

RITAGLI      Mezzo mondo con poco cibo.      MISSIONE AMICIZIA
La "demografia" non c’entra

Giulio Albanese
("Avvenire", 13/5/’08)

Il drammatico tema della "fame nel mondo" è tornato nell’"agenda internazionale", in riferimento soprattutto all’aumento dei generi "agro-alimentari" e più in generale alla crescita "esponenziale" del prezzo del petrolio e alla domanda di "bio-carburanti". E proprio in materia di "sicurezza alimentare" il "politologo" Giovanni Sartori ha sollevato recentemente la "vexata quaestio" demografica, spiegando che l’inedia sta vincendo «perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le "bocche" da sfamare». Da un’altra prospettiva, Jean Ziegler (ex relatore speciale "Onu" sul "diritto all’alimentazione") invece ricordava, citando un rapporto ufficiale della "Fao", che nel mondo si produce già cibo a sufficienza per sfamare 12 miliardi di persone. Il problema non sarebbe pertanto legato alla produttività delle materie prime agricole, quanto di non "omogenea" distribuzione dei prodotti. A dimostrazione di ciò sta il fatto che quando esplodono le cicliche "carestie" del "Corno d’Africa", si possono comunque trovare ampie scorte di "derrate" in qualche altra parte del mondo, secondo le logiche del "libero mercato". In termini di "macro-economia", l’agricoltura mondiale, unitamente al settore alimentare, rappresenta il secondo comparto in termini di "redditività" per coloro che operano nelle "piazze" finanziarie. In "gergo" tecnico si chiama "agrobusiness" e ha determinato la scesa in campo delle grandi "Corporation" che mirano alla "massimizzazione" dei profitti. Il risultato è un’enorme "speculazione", che secondo il "Wall Street Journal" comporterà il "rincaro" continuo degli alimenti in seguito all’aumento soprattutto del petrolio, e alla crescita di un "ceto medio" consumatore in grandi Paesi emergenti come Cina e India. Sta di fatto che l’"agrobusiness" di cui sopra, determinando condizioni di "monopolio" da parte delle "multinazionali", penalizza fortemente i piccoli agricoltori che rischiano l’estinzione un po’ a tutte le latitudini. Riguardo invece alla relazione tra la fame nel mondo e la questione demografica, pare consolidarsi in alcuni "circoli" la vecchia tesi dell’economista inglese Thomas Malthus, fondatore della "scienza demografica", secondo cui il tasso di crescita della popolazione umana, essendo "esponenziale", avrebbe presto superato quella della produzione alimentare che segue una "legge lineare" di sviluppo. Nel suo "Saggio sul principio della popolazione" (1798), Malthus spiegava che la popolazione tenderà ad espandersi consumando tutto il cibo disponibile senza lasciare alcuna "eccedenza" a meno che la crescita demografica non venga interrotta da guerre, "carestie" o "pandemie". Se si trattasse di una valutazione solo economica, il suo ragionamento non farebbe una "piega"; ma il criterio di giudizio non può prescindere da un fenomeno "sociologico" che, bene o male, ha riguardato nel passato anche il nostro Paese. Le famiglie numerose si sono "assottigliate", perché la società dei consumi ha reso la vita più comoda e offerto una serie di garanzie, che all’inizio del ’900 erano considerate unanimemente "utopistiche". In molti Paesi del "Sud del Mondo", di converso, dove il tasso di natalità è molto elevato, la vita media è ancora bassa rispetto ai Paesi industrializzati e fare figli significa garantirsi l’assistenza durante la vecchiaia, visto e considerato che non esistono sistemi "previdenziali" degni di questo nome. Inoltre, sempre in questi Paesi, la maggioranza della popolazione appartiene ai "ceti" meno abbienti. Non v’è dubbio, allora, che la diminuzione delle nascite, per contrastare le "emergenze alimentari", sarà resa "fattivamente" possibile solo quando si affermerà il principio dell’"equa distribuzione" delle "risorse planetarie", tanto caro al "magistero sociale" della Chiesa.