Oggi una giornata di grande rilievo

RITAGLI   Le missioni e la missione.   DOCUMENTI
Profezia nel villaggio globale

Giulio Albanese
("Avvenire", 22/10/’06)

Anche se non li dimostra, la missione "ad gentes" ha duemila anni di storia. E ancora oggi costituisce per tutti i credenti «un impegno irrinunciabile e permanente» fondato sull'amore paterno di Dio, come ha ricordato Benedetto XVI nel tradizionale messaggio in occasione della Giornata missionaria mondiale. La Storia contemporanea, d'altronde, indica che viviamo davvero in un tempo senza precedenti, segnato da grandi contraddizioni in cui «a vertici di progresso mai prima raggiunti si associano abissi di perplessità e di disperazione anch'essi senza precedenti», scriveva Paolo VI in occasione della stessa ricorrenza missionaria (1971), precisando che «se mai ci fu un tempo in cui i cristiani, più che mai in passato, sono chiamati ad essere luce che illumina il mondo, città situata su un monte, sale che dà sapore alla vita degli uomini ("Matteo" 5, 13-14), questo, indubbiamente, è il nostro tempo». Eppure, nonostante le forti sollecitazioni ad un impegno radicale per la causa del Regno, dobbiamo prendere atto che nelle comunità cristiane, stando all'ammonizione di Papa Ratzinger, è sempre in agguato la tentazione di ridurre la missione ad una «mera attività filantropica e sociale», quasi il cristianesimo fosse una sorta di "scienza del buon vivere". (cfr.: "Redemptoris Missio", 11). In questa prospettiva il comandamento nuovo dell'amore - il "mandatum novum" - ha la sua sorgente e trova il suo fondamento nell'amore divino come peraltro testimoniato dal recente sacrificio di suor Leonella Sgorbati e di altri martiri dei tempi moderni. Se da una parte la spiritualità cristiana, nella millenaria tradizione ecclesiale, è sempre stata intesa come "vita secondo lo Spirito", lungi da ogni disfattismo, oggi, in non poche realtà ecclesiali, vi è sì un'istintiva tensione a fare del bene, ma anche a volte un eccessivo sbilanciamento verso progettualità prevalentemente protese a soddisfare istanze materiali. L'attuale proliferazione di "onlus" o semplici associazioni missionarie di supporto, allergiche ad ogni forma di coordinamento, la dice lunga; come anche, di converso, l'intimismo di altre comunità, rinchiuse su se stesse e asettiche per timore di contaminazioni mondane. Sta di fatto che la crescente diminuzione di vocazioni missionarie "ad vitam" - in un Paese, l'Italia da anni assuefatto a logiche mercantili e consumistiche - è comunque il dato più eclatante sul quale occorre interrogarsi; soprattutto se si considera che nel 1990 i missionari italiani erano 24.000, mentre nel 2000 risultavano poco meno di 14.000 . D'altronde, per dirla con le parole di monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, gli stessi istituti missionari hanno compreso da tempo che «l'Italia non può più continuare a essere considerata solo un retroterra di un impegno destinato altrove». È per questa ragione che, essendo la posta in gioco alta, il servizio missionario non va considerato come una sorta d'avventura solitaria, ma interpretato innanzitutto e soprattutto come impegno condiviso. E a questo riguardo, parafrasando la "Redemptoris Missio" (cfr.: 37), va davvero rinnovato, tutti insieme, l'impegno a coniugare Parola e vita non solo in regioni geograficamente lontane, ma anche sul versante dei moderni areopaghi quali il mondo delle comunicazioni, l'impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli oppressi; i diritti dell'uomo e dei popoli; la salvaguardia del creato oltre ai vastissimi areopaghi della cultura in genere, della ricerca scientifica, dei rapporti internazionali che favoriscono il dialogo contro i fautori dello scontro tra le civiltà. In un mondo villaggio globale la vocazione "ad gentes" s'impone pertanto come profezia nell'ambito delle relazioni tra vecchie e giovani Chiese, tra Nord e Sud del mondo, nella consapevolezza che, proprio a partire dal Vangelo, vi è un destino comune.