"Promemoria" ai partecipanti

RITAGLI     La "carta" della solidarietà "fattiva"     MISSIONE AMICIZIA

India: bancarella itinerante di ortaggi...

Giulio Albanese
("Avvenire", 3/6/’08)

Il "vertice mondiale" sulla "sicurezza alimentare" riporta alla ribalta il tema più angosciante del nostro tempo, quello della fame. E come accade ormai da decenni, il palazzo romano della "Fao" diventa una sorta di "areopago" dove si confrontano Capi di Stato e di governo per dibattere questioni di vitale importanza. A ben vedere, con quote diverse di ragionevolezza, tutti "stigmatizzano" l’ingiustizia, non foss’altro perché le stragi causate da "inedia" e "pandemie" non hanno mai fatto fare bella figura ad alcuno; ma, soprattutto, indicano che le "altisonanti" dichiarazioni formulate all’inizio del "Millennio" sono rimaste nel cassetto delle "buone intenzioni". Ecco che allora sovviene nell’animo umano la tentazione del pessimismo ad oltranza, per cui i periodi di felicità che scandiscono la Storia sembrano ridursi a una sorta d’illusione.
D’altronde, lo scenario che abbiamo di fronte mostra, almeno in apparenza, che la Storia va in ben altra direzione rispetto alle parole. Sì, la Storia che aggiorna le sue somme: dalle speculazioni di "Borsa", che determinano la fluttuazione imprevedibile dei mercati e l’innalzamento progressivo del prezzo del petrolio con effetti decisamente preoccupanti a tutte le latitudini, all’acuirsi delle tensioni nel cosiddetto "villaggio globale", esasperato dalla concentrazione di denaro nelle mani di pochi. Si va addirittura accreditando la teoria secondo cui le prossime variazioni climatiche non dipenderebbero da fattori "antropici" sui quali l’umanità potrà intervenire.
Come al solito, fin dalla vigilia, anche in questo "vertice", organizzato dalla "Fao" per tre giorni, emergono con "virulenza" diversità di vedute, e pareri contrastanti sul da farsi. Potremmo stare a "discettare" lungamente sul fatto, ad esempio, che il sistema degli aiuti è paradossalmente congegnato in modo che lo sviluppo economico avvenga principalmente nel Paese donatore e non in quello beneficiario. Ma di questo passo ci perderemmo in un "dedalo" di argomentazioni "pro" o "contro" qualche "dottrina". Anzi, il rischio, oggi, è quello che l’attenzione e il dibattito si spostino dall’"emergenza alimentare" agli ingombranti "leader" (Ahmadinejad e Mugabe) che sono giunti a Roma. Sarebbe davvero un errore che farebbe sprecare un’occasione importante.
Forse, per dare fiato alla speranza, varrebbe la pena meditare sulle parole pronunciate da
Papa Benedetto XVI all’"Angelus" di domenica: «Ogni persona ha bisogno di un "centro" della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il "pulsare" di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo».
L’augurio dunque non è quello di coloro che credono in una generazione migliore, perché capace d’imporsi per i progressivi perfezionamenti che giovano a un "manipolo" di eletti. Vorremmo tutti invece giocare la "carta" della solidarietà "fattiva", andando con animo rinnovato al di là d’ogni forma d’egoismo e ipocrisia. È in questa prospettiva che va letta la "mistica" denuncia del rabbino Abraham Joshua Heschel, secondo cui la tragedia dell’uomo moderno sta nel fatto che «ha cessato di chiedersi chi è, di interrogarsi sui gesti che compie e subisce». Nella fede, come cristiani, siamo certi che non è ancora troppo tardi per cambiare.