"Non getteremo la spugna"

RITAGLI      La fame, "sfida" che resta aperta      MISSIONE AMICIZIA

Giulio Albanese
("Avvenire", 7/6/’08)

La "piaga" della fame, di cui la sofferenza degli innocenti è l’aspetto più inquietante e doloroso, continua inesorabilmente a turbare la coscienza del mondo. Un sentimento che, dopo aver letto le amare conclusioni del "vertice" "Fao" sulla sicurezza alimentare, esprime il malessere generato dal fallimento di un sistema incentrato sull’iniqua disparità tra il mondo "prospero" e quello "diseredato". In verità, i limiti che idealmente si vorrebbero porre al mercato globale del cibo – in nome del principio etico secondo cui la miseria è di per se stessa ingiustificabile – non trovano che qualche strumentale, diplomatica e comunque marginale accoglienza. Non basta infatti che i governi ribadiscano l’impegno solenne di dimezzare la fame entro il 2015 ricostituendo le scorte alimentari, se poi manca la volontà politica di redimere una concezione della Storia incentrata sulla lotta di tutto contro tutto.
Ecco che allora, secondo un ordine "accidentale" che registra i casi o le necessità, si continua a passare da un’emergenza all’altra, tentando di arginare un disordine a dir poco "alienante". Una sorta di "rompicapo" la cui soluzione risponde al "diktat" dell’interesse, secondo la logica di una concorrenza incentrata solo e unicamente sulla massimizzazione dei profitti.
Eppure, sebbene l’egoismo di pochi produca indicibili sofferenze nei "bassifondi" del nostro tempo, in cui al battere d’ogni ora, muoiono d’"inedia" e "pandemie" mille bambini sotto i cinque anni, la speranza è davvero l’ultima a morire. Perché fin quando vi saranno in prima linea missionari e volontari che credono nella solidarietà "fattiva" e la praticano, non potrà esserci "resa" al degrado della condizione umana. La loro lotta contro la fame dipende innanzitutto e soprattutto dall’esigenza istintiva di categorie fondamentali, ispirate al Vangelo della vita, regolatrici dell’esistenza e del pensare collettivo e personale. Perché chi è nato, anche se povero, ha la vocazione "divina" di durare, un destino che solo l’amore disinteressato può davvero assicurare.
La "sfida" dunque rimane aperta e riguarda tutti indistintamente, istituzioni e società civile, ma anche coloro che vorrebbero "gettare la spugna" perché delusi dalle "assise" delle nazioni svoltesi in questi giorni a Roma. Se da una parte è vero che il "summit" appena concluso appare come l’ennesima occasione mancata, dall’altra per chi interpreta, come scrive da sempre questo giornale, la "cooperazione" in termini di "fraternità universale", occorre insistere ad oltranza con lo spirito che ha animato coloro che hanno scelto di stare dalla parte degli ultimi, da
suor Leonella Sgorbati, uccisa a Mogadiscio, in Somalia, nel 2006, a padre Giancarlo Bossi, rapito lo scorso anno nelle Filippine. A questi "caschi blu di Dio" va il nostro plauso e il riconoscimento per l’impegno profuso capace di restituire alle parole, "sfigurate" dai "mentitori" del potere a tutti costi, la loro verità.
Del resto se la "rete" delle relazioni umane si "smaglia" e gli "areopaghi" del pensiero si aprono al pensiero debole e ai "minimalismi", è perché nel nostro "Primo mondo" abbiamo perso il senso della misura, il "continuum" delle cose, il rapporto tra il prima e il dopo, condizionati dalla società "dell’usa e getta". Vengono alla mente le parole profetiche di
Giovanni Paolo II, indirizzate ai proprietari e operai delle piantagioni di canna da zucchero di Bacolod City, il 20 febbraio 1981: «L’ingiustizia regna quando le leggi di crescita economica e di sempre maggiore profitto determinano le relazioni sociali, lasciando nella povertà e miseria coloro che non hanno altro da offrire se non il lavoro delle proprie mani. Pertanto la Chiesa non esiterà di farsi carico della causa del povero e di diventare la voce di coloro che non sono ascoltati quando parlano per chiedere giustizia, e non per domandare elemosina».