Convertire i modelli di sviluppo

RITAGLI     La fame e i mercati. Cambiare i meccanismi     MISSIONE AMICIZIA

Giulio Albanese
("Avvenire", 19/6/’08)

Il "Programma alimentare mondiale" delle "Nazioni Unite" ("Pam") ha approvato un "piano strategico" quadriennale d’emergenza caratterizzato da un elemento per certi versi rivoluzionario: il sostegno ai mercati locali. L’iniziativa dell’agenzia "Onu" – che attualmente spende più di 2 miliardi di dollari nei Paesi poveri tra aiuti umanitari, costo dei trasporti e salari per i dipendenti – prevede, oltre all’incremento delle risorse per gli aiuti d’emergenza, maggiori investimenti sui mercati locali, soprattutto in quelle situazioni in cui il cibo è disponibile ma non accessibile alle fasce di popolazione più povere e vulnerabili. Si tratta indubbiamente di una buona notizia, diramata ufficialmente dal "Pam", che fa seguito al deludente "vertice" della "Fao" sulla sicurezza alimentare, svoltosi l’altra settimana a Roma. Pur trattandosi di un piano d’intervento nell’ambito del settore delle emergenze umanitarie, esso esprime l’esigenza d’innescare meccanismi che possano dare slancio all’economia dei Paesi poveri. In effetti, lo scenario internazionale dei mercati è a dir poco inquietante e dunque questo "decentramento" strategico nella politica umanitaria del "Pam" è certamente salutare nelle aree provate da "inedia" e "pandemie".
D’altronde basta dare un’occhiata al "Beige Book", la pubblicazione periodica della "Federal Reserve" sullo stato dell’economia, per rendersi conto che addirittura la prima potenza mondiale continua a navigare in acque agitate. Infatti, secondo la "banca centrale americana", l’economia "Usa" è «generalmente debole», mentre i consumatori sono «schiacciati» dal rialzo dei prezzi alimentari ed energetici e dal fiacco mercato del lavoro. Se a questo scenario si aggiunge il problema del "caro-petrolio" dovuto a situazioni di eccesso di domanda o scarsità di offerta come anche di natura puramente finanziaria e speculativa, l’economia mondiale, inutile nasconderselo, sembra essere davvero sul filo del rasoio. Fare previsioni sul futuro non è facile, in un momento di così forte turbolenza. Tuttavia, nessun economista, sulla piazza mondiale, si azzarda a pensare solo minimamente che il prezzo del petrolio possa tornare ai livelli del passato. A questo punto viene spontaneo chiedersi, a parte la lodevole iniziativa del "Pam", quali possano essere le prospettive future. Alla luce delle sollecitazioni del "magistero sociale" della Chiesa s’impone la necessità di proporre una nuova "architettura finanziaria", non foss’altro perché il modello "economico-finanziario" globale è scosso alle fondamenta da una crisi di fiducia, mentre i debiti sono diventati insostenibili, soprattutto per i Paesi del "Sud del Mondo". Sarebbe davvero ora che la politica - quella vera a servizio della "res publica" – riaffermasse il primato della persona umana sul mercato finanziario. A questo proposito è illuminante leggere il "Paragrafo 331" del "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa", laddove si afferma che «l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita "economico-sociale". Dare il giusto e dovuto peso alle ragioni proprie dell’economia non significa rifiutare come irrazionale ogni considerazione di ordine "meta-economico", proprio perché il fine dell’economia non sta nell’economia stessa, bensì nella sua destinazione umana e sociale» . Una cosa è certa: come ha ricordato lo stesso
Benedetto XVI, «per incidere su larga scala è necessario "convertire" il modello di sviluppo globale; lo richiedono ormai non solo lo scandalo della fame, ma anche le emergenze ambientali ed energetiche» (Cfr. "Angelus" del 12 novembre 2006). Parole davvero "profetiche", di cui dovrebbero fare tesoro i "grandi" della Terra.