Zimbabwe, il "gioco" cinese

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Giulio Albanese
("Avvenire", 24/6/’08)

Sono trascorsi poco più di due mesi da quando Benedetto XVI pronunciò un "Discorso" di forte impatto all’"Assemblea Generale dell’Onu". In quella sede ricordò che le "Nazioni Unite" devono esercitare la "responsabilità di proteggere" i popoli del mondo, quando i singoli Stati non sono in grado di farlo, nel pieno rispetto del diritto e della sovranità internazionali. Da questo punto di vista il caso dello Zimbabwe è certamente emblematico per comprendere le contraddizioni di un sistema, quello del "Palazzo di Vetro", praticamente inerme di fronte all’impeto pericoloso di un personaggio del calibro di Robert Mugabe. Vere e proprie azioni "coercitive" fisiche e psicologiche quelle dell’ottantaquattrenne Presidente uscente "zimbabweano", che pesano come "macigni" sull’opposizione, la quale non sappiamo ancora se troverà la forza per presentarsi al "ballottaggio" in programma il prossimo 27 giugno.
Domenica scorsa, infatti, il "leader" del "Movimento per il cambiamento democratico",
Morgan Tsvangirai, aveva detto di non poter chiedere ai suoi sostenitori di "rischiare la vita" votando per lui nello scrutinio decisivo che lo avrebbe visto opposto al suo rivale di sempre. Nella stessa circostanza, Tsvangirai aveva chiesto per l’ennesima volta alle "Nazioni unite" e all’"Unione africana" di intervenire per fermare quello che ha definito «un vero e proprio "genocidio"» contro le libere coscienze. Ieri, invece, il "leader" dell’opposizione, sotto la spinta di certe cancellerie, pare abbia ritrovato le giuste motivazioni per non gettare la spugna. Sta di fatto che Mugabe continua impunemente a fare il bello e il cattivo tempo, a riprova di quanto sia vera la constatazione espressa il 18 aprile scorso all’"Onu" dal Santo Padre: «L’ovvio paradosso di un consenso "multilaterale" che continua ad essere in crisi a causa della sua "subordinazione" alle decisioni di pochi, mentre i problemi del mondo esigono interventi nella forma di azione collettiva da parte della comunità internazionale».
La questione di fondo è che il regime reprime qualsiasi forma di "dissidenza" perché nei "circoli diplomatici" vi sono diversità di vedute che rischiano di determinare un vero e proprio "stallo" nella definizione di una politica internazionale univoca, capace di contrastare le malefatte del vecchio "satrapo" di Harare. Non è un caso se a sole tre settimane dalle elezioni generali nello Zimbabwe, un "cargo" mercantile cinese, con a bordo un ingente quantitativo di armi e munizioni d’ogni tipo, abbia tentato di sbarcare in
Sudafrica e Mozambico la pericolosa merce destinata al regime di Mugabe. Premesso che quell’ordine pare sia poi giunto lo stesso a destinazione via aerea qualche giorno dopo, il "portavoce" del "Ministero degli Esteri" di Pechino, Jiang Yu, spiegò "retoricamente" che il carico di armi rientrava nelle normali transazioni commerciali tra i due Paesi e che la fornitura riguardava un accordo siglato l’anno prima. Nel frattempo anche il "temporeggiamento" del Presidente sudafricano Thabo Mbeki, da tempo impegnato in un’opera di "mediazione", lascia molto a desiderare avendo Pretoria adottato, nei confronti di Mugabe, assieme ad altri "leader" africani, una linea eccessivamente "morbida". È ovvio che stiamo vivendo un tempo in cui le relazioni politiche appaiono "sgrammaticate"; altrimenti non si spiegherebbe come mai tanta "enfasi" venga attribuita a certe "crisi internazionali", a scapito di altre come quella dello Zimbabwe. Certamente il "nocciolo" del problema in questo Paese dell’Africa australe è stata l’incapacità del Presidente Mugabe di pianificare e gestire la "riforma fondiaria" di cui indiscutibilmente la stessa società civile affermava l’urgenza. Ecco perché è curioso che non sia scesa in piazza solidarizzando con l’opposizione, come invece accaduto qualche mese fa nel caso dei monaci del Myammar. Un comportamento che finora non ha avuto spiegazioni.