L’"accordo di pace", mentre continuano i sequestri

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si vede un tenue bagliore di luce

Giulio Albanese
("Avvenire", 2/7/’08)

La Somalia è ridotta allo "sfacelo" più totale. Ogni giorno si allunga l’elenco di attentati, sparatorie, sequestri ed ogni genere di "vessazioni", acuendo la rassegnazione dell’opinione pubblica mondiale. È di ieri il rapimento di alcuni volontari locali di una "ong" italiana, mentre infuriano i combattimenti con decine di vittime. Dalla caduta del regime di Siad Barre questo Paese nell’estremo lembo del "Corno d’Africa" è allo sbando, una crisi che si è prolungata inesorabilmente fino a oggi. Il problema forse è quello di non rendersi conto della gravità della situazione non avendo occhi per vedere quanto sta accadendo a Mogadiscio, la capitale ridotta ormai ad un cumulo di macerie. Eppure, in questo inferno di dolore, dove le buone intenzioni sembrano essere "bolle di sapone", pare esservi un tenue bagliore di luce dettato dalla voglia di cambiamento di alcune componenti significative del Paese.
Stiamo parlando dell’accordo siglato a Gibuti il 9 giugno scorso tra il "governo federale di transizione" e la delegazione dell’"Alleanza per la ri-liberazione della Somalia" ("Ars"), intesa che dovrebbe entrare in vigore in seguito alla firma ufficiale prevista a Jedda in Arabia Saudita nei prossimi giorni. Una valutazione sullo stato attuale del dibattito all’interno dei diversi gruppi registra un indubbio sostegno da parte delle varie componenti dell’opposizione, soprattutto per la "clausola" del ritiro etiopico contenuta nell’accordo. A favore non sono solo gli ex membri del "Parlamento" somalo, che erano stati in dissenso con l’intervento etiopico, ma anche personaggi di alto profilo all’interno delle "Corti Islamiche", come Sheikh Farah "Janaqow", Omar Imam Abubakar e lo Sheik Sharif Ahmed. Inoltre, si sono pronunciate a favore dell’accordo tutte le componenti organizzate della società civile, ampi settori della "diaspora" e, fatto ancora più rilevante, un gruppo consistente di uomini d’affari con grande influenza a Mogadiscio. Se da una parte risulta ancora complicata la situazione per la frammentazione dei "gruppi di fuoco", alcuni dei quali non si riconoscono nell’"Ars", e per l’influenza negativa esercitata dall’
Eritrea – canale principale per l’afflusso di aiuti militari alle "fazioni estremiste" – ; dall’altra, tutto dipenderà dalla capacità di creare gradualmente aree di effettiva stabilità, in ottemperanza all’"intesa" di Gibuti. Sotto questo profilo, una delle ipotesi più accreditate sembra essere quella di identificare alcune zone "demilitarizzate" per rispondere all’emergenza umanitaria. Ecco che allora, come ha rilevato l’"inviato speciale" del nostro governo, Mario Raffaelli, «per favorire un’evoluzione positiva della situazione è necessaria tempestività e concretezza nell’applicazione dell’accordo di Gibuti, il cui fallimento aprirebbe la strada a scenari oggi imprevedibili. Molto dipenderà anche dal ruolo determinante che è chiamata a svolgere la comunità internazionale».
Da rilevare, che proprio lunedì scorso l’ambasciatore somalo a Mosca, Mohamed Handule, ha dichiarato che nel suo Paese si trovano le principali riserve di petrolio, gas e uranio di tutto il "Corno d’Africa". Una ricchezza che finora ha scatenato l’"ingordigia" di coloro che finanziano "alacremente" le numerose bande armate.
D’altronde, scriveva saggiamente l’economista Claude Frédéric Bastiat, «dove non passano le merci, passano gli eserciti».