"Semaforo verde" per l’acquisto dell’avorio

RITAGLI     Le "mani lunghe" della Cina     MISSIONE AMICIZIA
sugli elefanti d’Africa

Giulio Albanese
("Avvenire", 19/7/’08)

La notizia in apparenza potrebbe sembrare irrilevante per coloro che guardano alla complessità dello scenario determinato dalla "globalizzazione" in Africa. Sta di fatto che il "semaforo verde" dato alla Cina e al Giappone per l’acquisto dell’avorio africano, ricavato dalle leggendarie zanne di elefante, è sintomatico della forte pressione commerciale impressa sul versante africano dai Paesi dell’Estremo Oriente, Cina "in primis".
Pechino e Tokyo, infatti, sono state autorizzate a partecipare a una vendita all’asta eccezionale per oltre 100 tonnellate di avorio (il cui commercio è considerato illegale) provenienti dagli "stock" governativi di quattro Paesi dell’Africa meridionale. La vendita – si legge in una "nota" diramata dalla "Convenzione internazionale sul commercio internazionale delle Specie di fauna e flora in via di estinzione" ("Cites") – è stata approvata dal "comitato permanente" di questa istituzione. Ma secondo l’"Allan Thornton", "agenzia" britannica specializzata nel monitoraggio dell’ambiente, il rischio è che si torni «ai tempi tristi in cui gli elefanti erano destinati all’estinzione». Il divieto di "compravendita" dell’avorio africano proveniente dalle zanne d’elefante, è bene rammentarlo, è stato per quasi vent’anni un "tabù", ma l’attuale congiuntura "economico-finanziaria" pare stia costringendo i Paesi più poveri a svendere le loro ricchezze naturali pur di arginare il "disavanzo" pubblico. E dire che un recente studio di esperti statunitensi aveva già lanciato un grido d’allarme "stigmatizzando" il fatto che l’abbattimento dei "pachidermi" africani potrebbe determinarne in tempi brevi l’estinzione per il massacro perpetrato dai "bracconieri", alimentando così una domanda d’avorio in forte incremento, soprattutto in Cina. «Il problema diventerà gravissimo se i Paesi occidentali non si impegneranno a "reiterare" i loro sforzi per far applicare la "convenzione internazionale" del 1989 che, quattro anni dopo la sua entrata in vigore, aveva quasi permesso di porre fine al "mercato nero" dell’avorio», rilevavano gli studiosi. Basti pensare che solo nel 2006 la quantità di avorio di "contrabbando" sequestrato lascia pensare che «l’abbattimento degli elefanti abbia raggiunto un ritmo senza precedenti dall’entrata in vigore di questa "convenzione"», affermava Samuel Wasser, Direttore del "Centro preservazione delle specie" dell’Università dello Stato di Washington e autore della ricerca, pubblicata lo scorso anno negli "Annali" dell’"Accademia americana delle Scienze".
In effetti già nel 2002 la "Cites" aveva accettato il principio di una nuova vendita e in base a un accordo raggiunto nel 2007,
Botswana, Namibia, Sudafrica e Zimbabwe erano stati autorizzati a vendere i loro "stock". Sempre secondo la "Cites", i benefici della vendita saranno destinati a finanziare attività in favore della conservazione degli elefanti, del loro "habitat" e le comunità locali. Premesso che sarà difficile sapere dove finiranno realmente i proventi dell’avorio, Cina e Giappone si sono impegnati a non rivendere all’estero il prodotto acquistato, combattendo ogni forma di traffico illegale. La questione di fondo però è un’altra. Considerando che in questi anni il "bracconaggio" è passato impunito in molti Paesi africani, nel continente potrebbe accadere quanto in Asia è già avvenuto per altri prodotti di origine animale. La domanda di ossa di tigre per i rimedi medici tradizionali cinesi ha portato quasi alla scomparsa delle tigri indiane, e lo stesso fenomeno è avvenuto per le pinne di squalo, necessarie per la zuppa che arriva sulle tavole di Pechino.