Gli atleti, il mondo e noi

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Cerimonia di chiusura alle Olimpiadi di Pechino...

Giulio Albanese
("Avvenire", 24/8/’08)

Tra poco il grande fuoco sul "tripode" olimpico si esaurirà in uno sciame di emozioni anche se l’"ekecheiria", la cosiddetta "tregua" imposta dallo svolgimento dei "Giochi", non s’è mai accesa. Un dato non trascurabile considerando il significato profondo di una consuetudine che in tempi antichi garantiva non solo l’inviolabilità di Olimpia, ma anche l’incolumità di coloro che vi si recavano per assistere o partecipare alle gare. Un’iniziativa illuminata del genio ellenico che ha persino ispirato, in quel grande "areopago" della politica internazionale che sono le "Nazioni Unite", gli estensori della "Dichiarazione del Millennio" attraverso un paragrafo "ad hoc", a riprova della inconciliabilità dello spirito olimpico con qualsiasi iniziativa bellica. Soprattutto nella consapevolezza che lo "sport" può contribuire a creare quelle opportunità di pace, dialogo e rispetto reciproco per la risoluzione pacifica dei conflitti nel mondo.
Per carità, proprio per la fragilità della condizione umana, sappiamo bene che le
"Olimpiadi" si prestano sempre e comunque a strumentalizzazioni, fungendo da cassa di risonanza a gesti clamorosi o addirittura a fatti di sangue. Fu così per esempio ai tempi delle "Pantere Nere" nel 1968 a Città del Messico, per non parlare della strage di Monaco nel ’72, o del clamoroso "boicottaggio" degli "Usa" nell’80, replicato dai Paesi Comunisti nell’84. Idealmente tutti vorremmo che i "Giochi" rimanessero sempre e comunque un evento da seguire con interesse e passione secondo l’afflato "decoubertiano". Eppure questa volta il disincanto pare proprio abbia preso il sopravvento nella sfera dei sentimenti: non solo per quanto è avvenuto in Ossezia dove sono in gioco, a parte i rigurgiti "nazionalistici", interessi di chiara matrice economica legati all’"oro nero", ma addirittura in territorio cinese, nella regione di Kham dove la polizia avrebbe aperto il fuoco contro i dimostranti tibetani il 18 agosto scorso. E cosa dire dei continui spargimenti di sangue sul versante somalo o delle indicibili sofferenze delle popolazioni darfuriane? Nel frattempo sembra riproporsi lo spetto della "guerra fredda" tra Stati Uniti e Russia con l’aggravante di una crisi "economico-finanziaria" che penalizza i mercati, ma soprattutto i piccoli risparmiatori.
Vi è dunque una sorta di rassegnazione nelle coscienze sensibili che smentisce la retorica di circostanza per cui le "Olimpiadi" dovrebbero infondere un certo "pneuma" alle vicende umane. Ecco perché forse non sarebbe chiedere troppo se nella "cerimonia di chiusura" dei "Giochi", che avverrà tra qualche ora a
Pechino, qualcuno avesse l’ardire di ricordare al mondo che occorre imprimere una svolta al corso degli eventi. Potremmo disquisire ad oltranza sui pregi e difetti della macchina organizzativa olimpica in cui girano sempre di più denari; ma non è questo il punto. Forse una risposta soddisfacente la troviamo proprio nel patrimonio genetico della nostra Italia: nelle parole, intendo dire, di un giovane partigiano parmense, Giacomo Ulivi, fucilato nel 1944 a Modena, sulla "Piazza Grande". Nel suo testamento agli amici scriveva tra l’altro: «Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e a esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere». Nel nostro povero mondo, vorremmo essere distanti dalle tragiche ragioni che motivarono il pensiero estremo di questo coraggioso diciannovenne, medaglia d’argento al valor militare alla memoria, ma l’indifferenza oggi fa paura. Dunque, auguriamoci davvero, col cuore e con la mente, che il "braciere olimpico" continui ad ardere nell’animo di quegli sportivi che hanno preso parte ai "Giochi". Che sappiano essi stessi farsi "tedofori della speranza", intervenendo nella sola dimensione in cui possono agire: la loro, la nostra vita.