ORISSA IN FIAMME

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È necessaria una maggiore "diligenza" nel raccontare la verità,
nella consapevolezza che spesso le "vessazioni" sono "consuetudinarie"
e non occasionali.

Cristiani, sfuggiti alle violenze nello Stato dell’Orissa, hanno trovato rifugio in campi allestiti dalle autorità indiane! Una riunione di preghiera a Hyderabad, nel Sud dell’India...

Giulio Albanese
("Avvenire", 31/8/’08)

Continua a farsi strada una sorta di rassegnazione, per la verità non completamente nuova, rispetto all’informazione "ipertecnologica" dei nostri tempi dove tutto sembra schizzare via alla velocità della luce. Sopraffatti da una catena di condizionamenti "mediatici", non di rado corriamo il pericolo di assuefarci alle "suggestioni" fuorvianti o banalizzanti che invadono a dismisura molti aspetti della società contemporanea.
Ecco che allora persino gli avvenimenti cruenti, quelli che dovrebbero sollevare la nostra "costernazione", appaiono nella loro "estemporaneità", perdendo l’"abbrivio" per durare nel tempo. Un esempio emblematico è quello delle persecuzioni contro i cristiani dello Stato indiano di
Orissa, venute drammaticamente alla ribalta in questi giorni. Parlando venerdì scorso in occasione della festa della "Madonna della Guardia", il cardinale Angelo Bagnasco ha espresso un sentimento che vorremmo fosse invalso tra tutti gli operatori dell’informazione. «Non sento particolari reazioni di sincero sdegno, di condanna e di richiamo» ha detto il porporato riguardo alle «persecuzioni sanguinose contro i cristiani nel mondo». Un’affermazione coraggiosa sul merito della «libertà religiosa» sancita dalla "Carta dei diritti universali", per cui essa «dovrebbe ormai appartenere alla coscienza dell’umanità», ma «così non è perché non tutto ciò che è scritto sulle "Carte" è scritto anche nelle menti e nei cuori».
Il cardinale ha poi affermato con passione che «l’adesione alla fede cristiana è un atto libero di ognuno», rilevando peraltro che «la Chiesa da sempre annuncia che tutti siamo uguali e fratelli», intervenendo «là dove c’è bisogno della promozione umana e sociale».
Non sappiamo francamente quanto durerà la (modesta) tensione "mediatica" sulle sanguinose vicende di quella lontana terra d’Oriente. Certo vorremmo che l’interesse perdurasse e che qualcuno nelle sedi opportune del vasto "areopago" della comunicazione richiamasse l’attenzione sull’esigenza di promuovere il rispetto per la persona umana. E che vi fosse poi maggiore diligenza nel raccontare la verità dei fatti, nella consapevolezza che da quelle parti "vessazioni" e "angherie" d’ogni genere nei confronti dei cristiani sono "consuetudinarie" e non occasionali. Va da sé la logica constatazione che l’Orissa è solo una porzione dell’immensa nazione indiana; pertanto ogni generalizzazione sui quei tragici avvenimenti di cui abbiamo discorso è indebita e irriverente se estesa all’intero Paese. Ma proprio perché crediamo nella forza della comunicazione, divenuta nell’epoca digitale il nuovo modo di interpellare le grandi aree del "villaggio globale", cioè culture e religioni diverse, è bene rammentare che la persecuzione rappresenta il "paradosso" evangelico per eccellenza, essendo espressione delle "Beatitudini" predicate da Cristo. Un mondo "capovolto" capace di rendere straordinariamente credibile la "missione" della Chiesa, che non può comunque esimersi dalla difesa "planetaria" della libertà di culto. Parafrasando lo storico Fernand Braudel, possiamo dire senza esitazione che il tempo della "reciprocità" nel mondo dell’informazione è più che alle porte. Opporvisi equivarrebbe alla rinuncia del "bene comune", per "ignavia" o delusione.