Somalia, prima "emergenza umanitaria" del pianeta

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si spara oramai alla cieca

Giulio Albanese
("Avvenire", 25/9/’08)

La Somalia già da mesi è la prima "emergenza umanitaria" del pianeta, al punto che ormai è sempre più difficile segnalare e interpretare tutti i tragici episodi di cronaca che avvengono in quel Paese. I "dispacci" d’Agenzia sono sintomatici di una vera e propria "catastrofe": dai "pirati" che infestano le acque compiendo continue "scorribande" ai danni di qualsivoglia "bastimento", ai sequestri di persona come quello avvenuto giorni fa ai confini con l’Etiopia, nel quale sarebbero coinvolti due "volontari" occidentali. Per non parlare delle "mattanze" quotidiane a Mogadiscio, come quella recentissima, avvenuta nel grande Mercato di Bakara, dove hanno perso la vita decine di persone. Lo scenario è "infuocato" ovunque e la sensazione è che l’Accordo del 9 giugno scorso raggiunto a Gibuti per l’agognata pace tra il "Governo federale di transizione" ("Tfg") e l’"Alleanza per la riliberazione della Somalia" ("Ars"), ratificato successivamente il 19 agosto, sia ormai "lettera morta". Ma andiamo per ordine: l’intesa era stata raggiunta grazie alla "mediazione" dell’inviato speciale delle "Nazioni Unite" per la Somalia, Ahmedou Ould-Abdallah, il quale era riuscito a vincere l’intransigenza mostrata da entrambe le parti sulla questione del ritiro del "contingente militare" etiopico dalla Somalia. In sostanza si chiedeva alle "Nazioni Unite", «in linea con la "Risoluzione 1814" del "Consiglio di sicurezza" dell’"Onu" e nell’arco di 120 giorni, di autorizzare e dispiegare una "forza internazionale" di "stabilizzazione", composta da Paesi "amici" della Somalia, esclusi gli Stati confinanti». L’Accordo prevedeva che nello stesso arco di tempo «il "Governo di transizione" somalo agisse in conformità alla decisione, già adottata dal Governo etiopico, di ritirare le sue truppe dalla Somalia dopo il dispiegamento di un numero sufficiente di forze "Onu"». Da parte sua, l’"opposizione" si impegnava, «attraverso una solenne "dichiarazione pubblica", a cessare e a condannare tutte le azioni di violenza armata in Somalia e a dissociarsi da tutti i gruppi o individui armati che non "sottoscrivono" i termini del presente Accordo». Chiaro che un certo "scetticismo" sull’applicazione dell’intesa rimaneva, ma era innegabile che si trattasse di un «passo avanti molto positivo verso la pace, rispetto a quando l’ipotesi di un dialogo tra le due parti non era neanche contemplata», come aveva sottolineato Mario Raffaelli, inviato speciale del nostro Governo in Somalia. L’unica condizione però perché si potesse davvero passare dalle parole ai fatti era la "tempestività" e il coinvolgimento della "Comunità internazionale". Ma la "macchina negoziale" dell’"Onu" è andata a rilento per le "lungaggini" imposte in un primo momento dall’Arabia Saudita, che rivendicava il diritto di celebrare la ratifica dell’Accordo a Gedda. Inoltre la "burocrazia" delle Nazioni Unite - unitamente alle divisioni all’interno del "Tfg" e all’influenza negativa esercitata dall’Eritrea, tuttora canale principale per l’afflusso di aiuti militari ed economici alle "frange estremiste" - hanno fatto la loro parte, "procrastinando" la ratifica al 19 agosto, quando a fatica sono stati composti il "Comitato congiunto per la sicurezza" e un altro di "alto livello" per le questioni legate alla "cooperazione politica", la giustizia e la riconciliazione. Nel frattempo le battaglie quotidiane nella capitale hanno ulteriormente acuito la tensione, al punto che venerdì scorso, quando sarebbe dovuto scattare il "cessate il fuoco" previsto dall’Accordo, si è continuato a combattere. Mentre l’"opposizione" appare sempre più ostaggio del "gruppo integralista islamico" degli "Al Shabab", ritenuto legato ad "Al-Qaeda". Le responsabilità di questa tragica situazione ricadono certo sui violenti, ma anche sui temporeggiamenti di certe "cancellerie" che non hanno adeguatamente sostenuto i "moderati". Un cosa è certa: a pagare il prezzo più alto è come al solito la povera gente. Nel Paese gli "sfollati" sono almeno tre milioni, circa un terzo dell’intera popolazione, costretti a vivere in condizioni "indicibili".