Sono numerosi
ancora oggi i Paesi nei quali fattori politici e sociali
determinano ostilità e persecuzioni nei confronti dei fedeli.
Drammatica in particolare la situazione in Somalia,
dove il ritorno dei Missionari sarebbe troppo rischioso.
Africa:
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le violenze sui cristiani «nascoste» dai conflitti
In Marocco il
"proselitismo" è proibito dalle leggi,
forti limitazioni restano anche nei confronti dei "copti" egiziani.
Nel Nord del Sudan vige da anni la "legge islamica". Il "tributo
di sangue" dell’Algeria.
Giulio
Albanese
("Avvenire",
28/9/’08)
Una "schiera" numerosa
di uomini e di donne – "laici" e "consacrati" – hanno
testimoniato nei secoli la "Buona Notizia" respingendo ogni forma di
odio e prevaricazione a qualsiasi latitudine. Nel continente
africano, non meno
che altrove, i cristiani anche oggi si trovano spesso ad affrontare situazioni
difficili determinate da una molteplicità di fattori di ordine sociale,
politico e religioso che in alcuni casi possono degenerare in vera e propria
persecuzione o comunque in uno stato di aperta ostilità. È il caso di alcune
comunità cristiane nei Paesi a maggioranza musulmana dove ad esempio, il
"dialogo interreligioso" appare spesso come una sorta d’"utopia",
mentre i problemi derivati dalla mancanza di comprensione, dopo i "tragici
fatti" dell’11 Settembre 2001, acuiscono le differenze degenerando in
violenze indiscriminate, unitamente al fenomeno migratorio che costringe i
battezzati a trovare riparo in altri continenti. Per non parlare delle
limitazioni imposte dai vari "sistemi giurisprudenziali", che riducono
fortemente le facoltà dei cristiani nell’ambito lavorativo e più in generale
del "diritto civile". Sta di fatto che questi fenomeni, con varie
accentuazioni e sfumature, si riscontrano dal Marocco,
dove la cristianità è ridotta ad un «piccolo resto» senza pretesa alcuna di
"proselitismo", tassativamente proibito dall’ordinamento vigente nel
Paese; all’Algeria,
terra di "martiri", avendo in questi anni la comunità cristiana
pagato a caro prezzo con il sangue il suo tributo contro il
"terrorismo" accanto alla popolazione inerme. Basti pensare all’eroico
sacrificio di un Missionario del calibro di Monsignor
Pierre Lucine Clavarie,
ucciso ad Algeri
il 1° Agosto del 1996, il quale nonostante le minacce dell’"islamismo
estremista" aveva continuato a visitare le comunità cristiane,
incoraggiando i fedeli ad operare per la pace. Anche nel «moderato» Egitto
il cristianesimo "copto" è soggetto ai condizionamenti giuridici
sanciti dalla "Costituzione" che, pur garantendo la "libertà
religiosa", proclama l’"Islam" come principale fonte
legislativa, condannando l’"apostasia" alla pari di un reato per
alto tradimento. Sempre in questo Paese, considerato per certi versi
"filo-occidentale", la costruzione di un luogo di culto per i
cristiani necessita di un lungo e spossante "iter" burocratico.
Particolarmente pesanti sono state le "vessazioni" perpetrate in
questi anni contro i cristiani in Sudan, dove fin dall’indipendenza i vari
"regimi" che si sono alternati al potere hanno esercitato azioni
"coercitive" nei confronti delle minoranze religiose, imponendo l’applicazione
della "legge islamica" (la "sharia"). Sempre in questo
Paese, soprattutto negli "Anni Novanta", si sono verificati episodi di
"schiavismo", con la "connivenza" delle autorità locali,
che hanno coinvolto prevalentemente le popolazioni "nilotiche" di
tradizione "animista", ed anche alcune componenti cristiane. Ma non v’è
dubbio che la terra in cui i cristiani hanno sperimentato i maggiori patimenti è
la Somalia,
un Paese «senza Stato» dalla caduta del "regime" di Siad Barre, nel
lontano 1991. Qui l’intolleranza verso i cristiani si può far coincidere con
l’assassinio del compianto Monsignor
Salvatore Colombo,
Vescovo Francescano di Mogadiscio. Il 9 Luglio 1989 un "gruppo armato"
entrò nella Cattedrale, aprendo il fuoco contro il "presule", mentre
si stava cantando l’"Agnus Dei" durante la celebrazione eucaristica.
Monsignor Colombo era unanimemente considerato il "simbolo" della
Chiesa in Somalia. Aveva scelto di testimoniare il Vangelo promuovendo
fattivamente le "opere di carità" per il bene comune di un popolo che
si era sempre dimostrato amico. Successivamente, con l’estendersi della
"guerra civile", la Chiesa in Somalia, che comunque è sempre stata un
"piccolo gregge" in un Paese a stragrande maggioranza musulmana, ha
vissuto un vero e proprio "accerchiamento". Era problematico anche
uscire di casa per i Missionari. La stessa Cattedrale della capitale è stata
più volte saccheggiata, per poi essere demolita e rasa al suolo.
La stessa sorte è toccata praticamente alla quasi totalità dei luoghi di culto
cristiani presenti in altre località.
L’insicurezza ha determinato un vero e proprio "esodo" dei
cristiani, famiglia dopo famiglia, chi alla volta degli Stati Uniti, chi in
Canada, chi in Europa. Oltre a Monsignor Colombo, hanno perso la vita in questi
anni altri eroici Missionari; l’ultima in ordine cronologico Suor
Leonella Sgorbati
della "Consolata", uccisa il 17 Settembre del 2006 all’esterno del
reparto di "pediatria" del «Villaggio dei bambini "Sos"»,
assieme alla sua fedele "guardia del corpo" di religione islamica. In
considerazione della diffusa insicurezza che regna a Mogadiscio e dintorni, un
territorio che è stato paragonato dai "cronisti di guerra" ad una
vera e propria "Stalingrado africana", l’attuale Amministratore
Apostolico di Mogadisco e Vescovo di Gibuti, Monsignor
Giorgio Bertin, esclude,
per il momento, la possibilità di un ritorno dei Missionari stranieri in
Somalia, non essendovi ancora le condizioni per garantire l’incolumità dei
religiosi. Da rilevare comunque che sia in Somalia come anche in Sudan,
dove le "vessazioni" contro i cristiani da parte degli
"estremisti islamici" sono state maggiormente evidenti nella
cosiddetta fase "post-coloniale", lo «stile evangelico» dei
Missionari non è mai apparso "intransigente", all’insegna di uno
schierarsi in opposizione ai loro persecutori, tanto meno contro una religione.
L’identità cristiana, basata essenzialmente sulla consapevolezza dell’"impronta
divina" presente nell’animo umano, li ha sempre spinti a vivere lo
"Spirito delle Beatitudini", offrendo le loro sofferenze per l’edificazione
di una società rispettosa dei diritti fondamentali della persona.
Emblematiche le parole di Monsignor Clavarie, secondo cui la sua "vita
missionaria" «dipendeva dalla capacità d’essere donata». I cristiani
in questa prospettiva dovevano comunque rimanere in Algeria e negli altri Paesi
islamici, perché andarsene «avrebbe sancito il "rigetto" definitivo
delle nostre differenze». Un altro Paese in cui certamente sono state
riscontrate in questi anni "tensioni" tra cristiani e musulmani è la Nigeria,
dove però alcune "sedicenti" comunità cristiane di matrice
"fondamentalista" hanno compiuto anch’esse "vessazioni"
contro la comunità musulmana.
Differente invece è stato l’atteggiamento della comunità cattolica, che ha
sempre condannato il ricorso alla violenza sia degli "estremisti
islamici" che delle "sette evangeliche". Da rilevare che, sempre
in Africa, le Chiese hanno a volte sperimentato una sorta di
"persecuzione" per essersi schierate apertamente in difesa dei
"diritti umani", come espressione qualificata della società civile.
Molto spesso una sorta di forza d’"interposizione" pacifica tra
"governativi" e "ribelli".
Straordinario l’esempio di Monsignor
Christophe Munzihirwa,
Arcivescovo "martire" di Bukavu (ex Zaire),
il quale denunciò fino alla fine le "vessazioni" perpetrate contro i
"civili" dai militari ruandesi. Venne "freddato" la sera del
29 Ottobre 1996 con un proiettile alla nuca.
La sua fede e quella di tanti altri "martiri" congolesi, ugandesi e di
altre nazioni africane segna inequivocabilmente la «vittoria dei vinti».