I paesi poveri e lo sconvolgimento dei "mercati"

RITAGLI     Il "Sud del Mondo" rischia di restare     MISSIONE AMICIZIA
ancora più solo

Giulio Albanese
("Avvenire", 10/10/’08)

La "bolla speculativa" è ormai scoppiata, il modello "economico-finanziario" globale è scosso alle fondamenta da una crisi di fiducia, grandi banche rischiano il fallimento, altre hanno addirittura già chiuso i battenti e i debiti sono diventati insostenibili, soprattutto per i Paesi del "Sud del Mondo". Si tratta di un "terremoto senza precedenti" che, secondo le stime del "Fondo Monetario Internazionale" nel "Global financial stability report", costerà almeno 1.400 miliardi di dollari, una cifra significativamente più alta di quella stimata in Aprile.
Sempre secondo la stessa fonte, finora sarebbero emerse soltanto il 55% delle perdite potenziali conosciute.
Ma lo scenario, per certi versi, è ancora più inquietante se si fa riferimento alla "bolla" dei cosiddetti "derivati finanziari" ("Otc"), cioè le scommesse sugli interessi, sui cambi, sul mercato a termine o sulle azioni che due "controparti" stipulano tra loro.
Infatti il valore nozionale di questi "derivati", che non figurano sui "bilanci" delle banche e non sono negoziati sui "mercati" ufficiali, è arrivato alle stelle: stando ai dati pubblicati sul "bollettino trimestrale" della "Banca dei regolamenti internazionali" ("Bri") di Basilea, alla fine del Giugno scorso, risultava che i "titoli" derivati "Otc" ammontavano a 600mila miliardi di dollari. Più che un "buco" si tratta di una vera e propria "voragine", determinata da oltre un decennio di finanza "allegra" all’insegna della "deregulation".
In questo quadro, una domanda che certo non sta turbando i "guru" dell’economia mondiale riguarda gli scenari che possono aprirsi nei Paesi del "Sud del Mondo".
Per quanto concerne l’
Africa, il problema fondamentale è che i Governi locali dipendendo dagli aiuti stranieri: in alcuni Stati, essi costituiscono addirittura il 40 per cento del "bilancio". Denaro che a questo punto diminuirà sensibilmente, perché l’attuale "crisi finanziaria internazionale" avrà delle fortissime ripercussioni sulla "cooperazione allo sviluppo". Alcuni analisti ritengono comunque che l’arretratezza del sistema "creditizio" africano possa paradossalmente rappresentare un fattore positivo, avendo impedito al Continente di non cadere nella trappola dei "titoli tossici" di "Wall Street". Un ragionamento non del tutto convincente, se si considera che in questi anni sono stati i Paesi in via di sviluppo e dunque anche quelli africani a sostenere finanziariamente il sistema bancario e finanziario internazionale. Basterebbe fare la somma degli interessi sul debito pagati da questi Governi, unitamente alle scarsissime entrate delle "materie prime" e delle esportazioni più in generale, per comprendere che sono stati in gran parte proprio loro, i Paesi poveri, a mantenere in piedi un sistema che oggi si dimostra fallimentare.
Una cosa è certa: l’Africa continua ad essere sempre più penalizzata dal "carovita", indebitandosi a dismisura. Da rilevare che il "Comptroller of the Currency statunitense", l’ente ufficiale di "monitoraggio finanziario", nel "resoconto" del 31 Dicembre 2007, affermava che le banche
"Usa" particolarmente esposte alla crisi erano la "JP Morgan Chase", con un totale di "derivati" pari a 85mila miliardi di dollari, la "Citigroup" con 37mila miliardi e la "Bank of America" con 33mila miliardi.
Se si considera che nello stesso periodo il "Pil" complessivo dell’"Africa Subsahariana" ammontava a 990 miliardi di dollari, viene spontaneo pensare a quanto il mondo dell’"alta finanza" sia bisognoso di "redenzione". Economisti e politici illuminati auspicano la convocazione di una nuova "Bretton Woods", ovvero una "Conferenza internazionale" in cui decretare la penalizzazione di ogni forma di "speculazione", per stabilire "parità monetarie" che consentano un sano sviluppo del commercio a lungo termine finalizzato allo sviluppo di tutti i popoli, anche perché nell’attuale "congiuntura" sono i Paesi poveri a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in vite umane.