Il senso di una "Giornata" cruciale

RITAGLI     Nuovi orizzonti e altre mete dell’«ad gentes»     DOCUMENTI

Giulio Albanese
("Avvenire", 19/10/’08)

Se c’è un termine che viene pronunciato spesso a sproposito è la parola "Missione". Una sorta d’inflazione "lessicale" che pare aver svilito il senso originario, quello teologico, dell’inviato alle "Genti" nel nome di Dio. Come leggiamo nella "Prima Lettera ai Corinzi" (9,16), l’Apostolo per eccellenza dopo Gesù Cristo, Paolo di Tarso, afferma con determinazione: «Guai a me se non predicassi il "Vangelo"». Un’ammonizione solenne, che si fa "programma" imperativo. Che non a caso le "Pontificie Opere Missionarie" italiane hanno scelto per celebrare la "82esima Giornata Missionaria Mondiale" ("GMM") di oggi. Un’occasione straordinaria per rinnovare il permanente impegno di annunciare e testimoniare il "Vangelo" nel "villaggio globale", a tutte le latitudini. Davvero illuminante, a questo proposito, la figura di San Paolo, al quale Benedetto XVI ha dedicato uno speciale "Giubileo" per ricordarne la nascita. Un amore appassionato per Cristo, quello dell’Apostolo, che lo spinse ad andare per il mondo animato dall’irrefrenabile "passione" per la causa del "Regno". Un’umanità verace, la sua, conquistata totalmente dall’esperienza personale con il "Risorto", la stessa di tanti Missionari e Missionarie che operano a servizio delle "Giovani Chiese". I campi d’azione sono estremamente vari e vanno dal "primo annuncio", alla gestione di "strutture umanitarie"; dalla "catechesi" alla "promozione umana"; dall’informazione giornalistica alla formazione della "società civile", con speciale attenzione ai temi della pace e della riconciliazione tra i popoli.
In alcuni casi, qualcuno ha bonariamente definito i Missionari "caschi blu di Dio", perché operano spesso in realtà dimenticate dalla grande "stampa internazionale", vivendo la loro "avventura" di credenti in frontiera; vale a dire in realtà geografiche devastate dalla violenza fisica e psicologica. Certamente, questi nostri connazionali fanno onore all’Italia, diventando interpreti di un "radicalismo" cristiano che a volte sfocia nel sacrificio estremo della vita. D’altronde, come ha saggiamente ricordato Benedetto XVI nel tradizionale Messaggio per la "Giornata Missionaria Mondiale", «l’umanità ha bisogno di essere liberata e redenta», soprattutto guardando al panorama internazionale che, «se da una parte presenta prospettive di promettente sviluppo economico e sociale, dall’altra offre alla nostra attenzione alcune forti preoccupazioni per quanto concerne il futuro stesso dell’uomo». Dinanzi a questo "scenario", ricorda il Pontefice, «il "Vangelo" è comunicazione che cambia la vita, dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo e illumina il futuro dell’umanità e dell’universo».
Lungi da ogni "trionfalismo", il "cammino missionario", dopo 2000 anni dalla venuta di Cristo, è ancora lungo e tutto in salita, richiedendo ad ogni battezzato un rinnovato impegno a "spezzare il Pane della Parola" in un mondo che ha fame e sete di Dio. Una cosa è certa: la diminuzione di vocazioni missionarie "ad vitam" nel nostro Paese è un dato sul quale occorre interrogarsi; soprattutto se si considera che nel 1990 i Missionari italiani erano 24mila, nel 2000 risultavano poco meno di 14mila, mentre attualmente sono circa 10mila.
Un fenomeno questo che viene comunque compensato, almeno in parte, da un’inestimabile "fioritura" di carismi "laicali" nel vasto "areopago" delle parrocchie come anche dei "movimenti ecclesiali". Al contempo, in ambito italiano e più in generale europeo, si assiste al progressivo inserimento di sacerdoti provenienti da Paesi di Missione a servizio delle Diocesi disseminate nel "Vecchio Continente". Oltre a loro, si sa, stanno arrivando migliaia di fratelli che provengono per lo più dal "Terzo Mondo", molti dei quali "non cristiani". Sono in mezzo a noi e abitano nei nostri paesi e nei nostri quartieri. Proprio l’Europa, il Continente che per secoli aveva inviato Missionari ad ogni angolo recondito del Pianeta, si trova ad essere essa stessa in stato di Missione. Un motivo in più per considerare la Missione "ad gentes" come una sfida permanente e un impegno condiviso tra le Chiese.