Gli "infami" fatti nigeriani

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Giulio Albanese
("Avvenire", 2/12/’08)

Le aberranti "violenze", perpetrate in questi giorni nella città nigeriana di Jos, sortiscono un effetto "devastante" nell’animo religioso, quello di ogni sincero e retto credente. Atti "disumani", ingiustificabili, perpetrati indiscriminatamente sia nelle Chiese sia nelle Moschee, nelle abitazioni dei fedeli di questa o quella religione. Ecco che allora l’interminabile sequenza di morti ammazzati rappresenta l’espressione di un’"infamia"; quasi che l’umanità dovesse puntualmente rinnegare la propria "vocazione". Lo sgomento è grande nelle libere coscienze perché vi sono menti "perverse" – poco importa se in Africa, Europa o Medio Oriente – che "adulterano" strumentalmente la religione, sempre e comunque con l’inganno, per affermare interessi di parte.
Sì, questa è l’unica "esegesi" possibile per decifrare le miserie di Jos: le centinaia di vittime, il cui "computo" esatto non è ancora stato stilato, sono la risultante di una rabbia scatenata a seguito di una "tornata" elettorale amministrativa in cui erano in gioco questioni legate al controllo del denaro, della terra e delle merci. Ingredienti che in
Nigeria già nel passato, sia nel 2001 sia nel 2004, avevano già fatto tanti disastri. D’altronde questo è un Paese che galleggia sull’"oro nero" ma che paradossalmente annovera tra i propri abitanti legioni di "mendicanti", vittime delle contraddizioni di un sistema "iniquo", diffuso, ahinoi, anche in altre parti del pianeta. Si tratta dell’estrema "divaricazione" tra un manipolo di ricchi "nababbi" e le masse che vivono in condizioni spesso "sub-umane". Un dramma sociale che finora la classe dirigente locale non ha mai affrontato seriamente, a parte certe "risoluzioni" contro la "corruzione" che alla prova dei fatti si sono rese evanescenti come "bolle di sapone".
Per questa ragione è illuminante la coraggiosa presa di posizione di
Monsignor John Onayekan, Acivescovo di Abuja, il quale ha "stigmatizzato" l’interpretazione superficiale fornita da alcuni "media" secondo cui questa nuova tragedia avrebbe avuto come origine la religione. L’immagine di una "guerra" tra cristiani e musulmani, a detta del "presule", è a dir poco "fuorviante" e rischia di vanificare un proficuo "dialogo interreligioso" avviato in questi anni, "esacerbando" gli animi col pretesto di un "conflitto" le cui cause sono indiscutibilmente di altra matrice. In Nigeria, è bene rammentarlo, esistono numerose "minoranze" emarginate. Da anni deplorano la "discriminazione" che subiscono nella vita economica e politica dai gruppi di potere dominanti legati ai circoli dell’"alta finanza" e dell’industria degli "idro-carburi". Disparità che rappresentano il terreno fertile da cui sono germinate aggregazioni di matrice "integralista" sia sul versante "islamico" sia nell’ambito di un "settarismo" religioso "pseudo-cristiano". Nessuno può considerarsi estraneo a queste vicende e mentre la cronaca "cruenta" a Jos e dintorni aggiorna le sue somme – e sono cifre che gridano – , dietro le quinte vi sono personaggi del "malaffare" che, facendo leva sui "ceti" meno abbienti, tentano d’indebolire la "leadership" del "Governo Federale" di Abuja. La Nigeria è un "Repubblica Federale" e non "islamica" – particolare non irrilevante – , popolata da oltre 120 milioni di persone, uomini e donne con infinite potenzialità, legate al patrimonio culturale e religioso dei rispettivi "gruppi etnici". Un indebolimento del "sistema statuale" nigeriano non gioverebbe certo alla gente.
È per questo che la "comunità internazionale" e soprattutto certe nazioni industrializzate, tradizionali importatrici di "greggio", dovrebbero preoccuparsi innanzitutto e soprattutto di sostenere il processo "democratico" in quel Paese, rilanciando forme di "cooperazione" protese allo sviluppo "sostenibile". Ha proprio ragione Sergio Zavoli a domandarsi, in un colloquio con il "teologo" Piero Coda: «Ci era stato detto che ormai viviamo in un "villaggio", capace di comprenderci tutti, ma cosa è cambiato nei luoghi dell’"iniquità" e del dolore?».