Il 60° della "Carta dei Diritti"

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il "principio della responsabilità"

Giulio Albanese
("Avvenire", 9/12/’08)

Sono trascorsi sessanta anni da quando il 10 Dicembre 1948, sull’onda delle atrocità e degli orrori perpetrati nel corso della più aberrante tra le "guerre" della Storia, venne posta dal consesso delle nazioni la firma alla "Dichiarazione universale dei diritti umani". Una "Carta", che idealmente avrebbe dovuto costituire un punto fermo, una sorta di "deterrente" contro ogni forma di "discriminazione", abuso e limitazione della propria e altrui libertà, nel pieno rispetto del "sacrosanto" valore della vita. Eppure, da allora, l’umanità è stata artefice di "inenarrabili" cambiamenti che sembrano averla spinta ben oltre ogni previsione. Sta di fatto che nonostante i vertici di progresso mai prima raggiunti – dall’avvento del "digitale" alla scoperta del "genoma" – l’uomo ha permesso che la violenza si esprimesse ancora attraverso cento, mille forme, a cominciare da quella subdola e feroce del "terrorismo".
Ecco che allora la cosiddetta "era della globalizzazione", priva delle "avanguardie" capaci di affermare il primato dell’essere sull’avere, pare abbia reso l’uomo "dissennato" rispetto alle istanze del "bene comune". La nostra, d’altronde, è sempre più una società "planetaria" in cui la "divaricazione" raggiunge gli estremi, una civiltà che conosce la "struttura atomica" e manomette l’"ecosistema", afferma gli ideali della "democrazia" e della "tolleranza" e consente l’aggravarsi dell’"inedia" e delle "pandemie", non risolvendo soprattutto la "sperequazione" tra ricchi e poveri. Lungi da ogni "disfattismo", i trenta "articoli" della "Dichiarazione" hanno comunque segnato un avanzamento nel cammino verso una migliore concezione dell’esistenza. Un orizzonte più umano per chi è preposto all’azione politica, ma soprattutto una condizione favorevole per quella fioritura di associazioni, gruppi e "movimenti" che, prim’ancora dei Governi, hanno dato voce ai senza voce, difendendo le masse impoverite.
Ma tale progresso non basta, come scrive saggiamente Philip Alston, uno dei massimi esperti di "Diritto Internazionale", quando afferma che una delle sfide nel campo dei "diritti umani" sta proprio nell’estensione della portata del "principio di responsabilità" dagli Stati a certe realtà che non rientrano nei classici "parametri statuali" quali, in primo luogo, le imprese "multinazionali" e le grandi "organizzazioni finanziarie internazionali". Si tratta di entità a sé stanti, che rispondono alla logica della "massimizzazione" del profitto a tutti i costi, le cui esigenze sono entrate troppo spesso in conflitto con l’"agenda dei diritti"; al punto che coloro i quali, nelle "periferie" del mondo, non hanno "potere contrattuale" e "potere di acquisto", sono destinati a soccombere nei "ghetti" della povertà assoluta. E cosa dire delle tante "guerre dimenticate", dal
Darfur alla Somalia, passando per l’ex Zaire, dove gli "appetiti" irrefrenabili dei "signori della guerra" rispondono al "diktat" dell’interesse di "potentati soprannazionali" più o meno occulti?
Per non parlare poi delle "vessazioni" perpetrate da certi regimi contro le "minoranze religiose", come anche della penosa questione del "debito" dei "Paesi in via di sviluppo", il cui "azzeramento" esige decisioni ispirate al rispetto di un diritto alla vita capace di tutelare coloro che "sbarcano il lunario" con meno di un dollaro al giorno. E ancora, sarebbe auspicabile che si favorissero politiche di "disarmo" con la forza del diritto, cancellando una volta per tutte l’"onta" penosissima degli effetti collaterali dei conflitti sulle popolazioni civili "inermi" costrette spesso alla "migrazione".
Questi sono alcuni esempi che ci spingono a pensare che sia davvero impellente l’istanza di ripensare il sistema dei "diritti umani", attualizzandolo in funzione del susseguirsi sempre più rapido di avvenimenti che in pochi decenni hanno profondamente cambiato il mondo. E se è vero che l’egoismo umano appare sempre in agguato, alimentato dal pensiero debole e dalle conseguenti visioni "surrettizie", per ogni retta coscienza, i diritti vanno consolidati, implicando necessariamente degli obblighi. Obblighi che se non vengono onorati rendono i diritti parole drammaticamente "evanescenti".