Si attende una "svolta" per le Suore rapite

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a nome dei "derelitti" della terra

SR. CATERINA GIRAUDO, Missionaria in Kenya. SR. MARIA TERESA OLIVEIRA, Missionaria in Kenya.

Giulio Albanese
("Avvenire", 24/12/’08)

Vi sono circostanze nella vita, soprattutto quando si è costretti a misurarsi con il dolore, in cui è grave e delicato trovare le giuste parole per esprimere i sentimenti che scaturiscono dal profondo dell’animo umano. Eppure, ieri i familiari delle due Missionarie italiane, sequestrate in Kenya lo scorso 9 Novembre, unitamente alla "comunità" a cui esse appartengono, vi sono mirabilmente riusciti, ispirati da una sincera fede cristiana. «A voi, che siete in possesso delle nostre "Sorelle" Rinuccia Giraudo e Maria Teresa Olivero, rivolgiamo questo "appello" dal profondo della nostra sofferenza; vi supplichiamo con umiltà e fiducia: lasciate che queste due "Sorelle" tornino in libertà a curare i vostri malati, ad accogliere i vostri bambini che soffrono, gli anziani che hanno bisogno di medicine».
Un messaggio penetrante e "perspicace", diretto al cuore di un "manipolo" di armati, confinati in chissà quale remota regione del
"Corno d’Africa". Conciso nella forma, formulato senza alcun minima "asprezza" di sorta, denso invece della più sincera "carità evangelica", al punto da dirsi «fiduciosi» – in quanto firmatari di una "missiva d’amore" – «che avete rispetto per loro e non fate loro alcun male».
Ma proprio rivolgendosi alla sensibilità altrui, essendo ormai trascorsi 45 lunghi giorni di attesa dolorosa, i "congiunti" nel sangue e nella fede delle due "religiose" hanno espresso una disperata invocazione alla clemenza: «Chiediamo a voi e lo chiediamo in preghiera a Dio: lasciatele tornare in libertà!». È un grido di "redenzione", a nome di tanta umanità dolente che versa in condizioni "deplorevoli" in molte regioni del vastissimo
"Continente Africano".
In effetti, la vicenda delle due Missionarie è la "cartina" al tornasole di un contesto esistenziale caratterizzato da quella voglia di "riscatto" delle masse impoverite, che rivendicano il diritto di vivere in pace. Basti pensare al
popolo somalo, costretto alla "gogna" da misfatti e soprusi d’ogni genere per colpa di "personaggi", poco importa se locali o forestieri, che guardano con insaziabile "ingordigia" soltanto al proprio "tornaconto". E che cosa dire delle "lande" del Darfur, in balia di violenze e "soprusi", o degli ennesimi "rigurgiti" di ferocia che imperversa nella "martoriata" terra congolese del Kivu?
Come se non bastasse, prosegue ad oltranza la "strage degli innocenti" nello
Zimbabwe, in preda agli smodati "deliri d’onnipotenza" di un "regime totalitario" che ha ricusato qualsivoglia tentativo "negoziale". Ad Harare, una moltitudine d’innocenti si spegne quotidianamente per "inedia", "colera" e "Aids"... Mentre trema anche la Guinea Conakry, a seguito della morte del "Presidente-Padrone" Lansana Conté, un "despota" che con "connivenze" "ad intra" e "ad extra" ha guidato una "cleptocrazia".
In un "mondo-villaggio globale", dove le ingiustizie e le "sopraffazioni" sembrano essere trasversali a un sistema che acuisce a dismisura il "baratro" tra ricchi e poveri, la consapevolezza di un destino comune, tanto cara al "magistero sociale" della Chiesa, afferma l’istanza d’imprimere una svolta al destino umano. Un’urgenza che smaschera la "pochezza" di certo becero "relativismo".
Occorre pertanto ridefinire per maggiore sagacia e oculatezza il rispetto del "Bene Comune". Facendo i conti, coraggiosamente, con la "disputa" tra Bene e Male, tra Guerra e Pace, Legalità e Illegalità. "Disputa" da sottrarre a ogni "fondamentalismo" e da affrontare, invece, con la più straordinaria delle "saggezze divine", quella della "fraternità universale", dove "diritto" e "rovescio" sono parte dell’unica "trama".