Riflessioni in margine alle notizie sui "Missionari"

RITAGLI     Quegli "eroi" sconosciuti     MISSIONE AMICIZIA
ora famosi loro malgrado

P. GIUSEPPE BERTANINA, Missionario della Consolata ucciso a Nairobi, in Kenya!

Giulio Albanese
("Avvenire", 18/1/’09)

Alla luce delle conoscenze generate da una società che oggi sorpassa di gran lunga tutto lo "scibile" dei propri antenati, è legittimo chiedersi quale possa essere il significato e la portata delle "sventure" occorse a quel manipolo di "connazionali", sequestrati, "malmenati" o addirittura uccisi, che operano a servizio degli ultimi nelle "periferie" del mondo. I loro nomi li apprendiamo all’improvviso, quasi fossero vicende "aliene" rispetto al nostro "modus vivendi". Ammettiamolo infatti senza reticenze: fino all’attimo "struggente" in cui i loro nomi vengono battuti dalle "agenzie", questi personaggi erano degli "illustri sconosciuti" per l’opinione pubblica "nostrana"; nel senso che solo uno stretto cerchio di persone – familiari o amici – conosceva le loro vicende, apprezzandone peraltro indiscutibilmente la "statura" morale e religiosa.
Stiamo parlando di figure "nobili" del calibro di
Padre Giuseppe Bertanina, della "Consolata" di Torino, "freddato" Venerdì scorso all’estrema "periferia" di Nairobi, in Kenya. O del "volontario" della "Croce Rossa" Eugenio Vagni, catturato il giorno prima nelle Filippine Meridionali, o del caso delle due Missionarie rapite da un gruppo di "miliziani" nella loro missione keniana di El-Wak lo scorso 9 Novembre: Suor Maria Teresa Olivero e della sua "consorella" Rinuccia Giraudo. Ma sarà mai possibile che questi nostri "eroi" debbano apparire "mediaticamente" solo in circostanze estreme quando la loro vita è messa drammaticamente a repentaglio o addirittura "spacciata", come accaduto a Padre Giuseppe? Per questo dovrebbe farsi strada, da subito, la richiesta più volte espressa da questo "giornale", di un modo diverso di comunicare, incentrato sulla sfera dei valori, e non sulla "banalizzazione" apicale. Sì, quella che traccia confusamente, a grandi linee, dei "profili" di questi uomini e donne, Missionari e "volontari", "consacrati" o "laici". Tratti per certi versi capaci d’"ammiccare" l’interesse popolare, ma che prescindono paradossalmente dal dramma infinito dei popoli in mezzo ai quali vivono la loro "avventura solidale". Sta di fatto che l’odierna e per certi versi "scriteriata" ricerca dell’"audience" ha fatto sì che quei pochi "scampoli di cronaca" riguardanti certe nazioni, dove si consumano "misfatti" a non finire, venissero a galla nel "bacino dei media" solo in quei frangenti in cui questi nostri "valorosi" finivano vittime di sequestri, violenze o quant’altro. Sappiamo bene che il diritto di cittadinanza nel "villaggio globale" esige una conoscenza degli accadimenti che si verificano anche in quei territori geograficamente lontani, nella consapevolezza che l’umanità ha un destino comune. E allora il modo migliore per rendere "plauso" a queste "sentinelle" della carità sta proprio nel "dare voce a chi non ha voce", alla loro gente, che hanno deciso risolutamente di servire con grande "abnegazione". Ma al di là di ogni retorica di "circostanza", la loro testimonianza rappresenta una forte "provocazione", considerando i disastri determinati dall’attuale "crisi dei mercati". Il nostro malessere, poco importa che riguardi il grande finanziere o il piccolo risparmiatore, determinato dalla difficile "congiuntura" in cui versano le "Borse" e nel complesso l’intero "sistema creditizio", dovrebbe davvero indurci alla riflessione. E che cioè, "parafrasando" il libro degli "Atti", nella vita "c’è più gioia nel dare che nel ricevere". Ci salveremo da un futuro pervaso da egoismi e "fondamentalismi" solo se sapremo metterci alla loro scuola, quella della "gratuità", dell’accoglienza nei confronti dei poveri e degli "attardati". Una visione culturale non sempre appariscente e radicata alle nostre "latitudini" dove il giudizio sul "Bene" e sul "Male" passa troppo spesso al "setaccio" dell’interesse, particolare o provinciale che dir si voglia, dimenticando l’universalità dell’"amore missionario" dei nostri "prodi" che fanno davvero onore all’Italia. Non resta dunque che adoperarsi in ogni modo per ottenere la liberazione di quelli ancora in "cattività", che chiedono solo di tornare ad operare nella loro "vigna", seminando speranza.