Meditazione africana sul "clericalismo", "virus" paralizzante

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Le parole del Papa, luce per i fedeli africani...

Giulio Albanese
("Avvenire", 19/3/’09)

«L’intelligenza senza la fedeltà e la fedeltà senza la saggezza sono qualità insufficienti. L’una sprovvista dell’altra non permette di assumere pienamente la responsabilità che Dio affida» ai suoi "ministri’. Lo ha detto ieri nella Basilica di "Marie Reine des Apotres" a Yaoundé Benedetto XVI, durante la Celebrazione dei "Vespri" con i Sacerdoti, i "religiosi", le "religiose", i Seminaristi e i "diaconi" convenuti da ogni parte del Camerun.
Nel corso della "meditazione", il Papa ha evidenziato l’esigenza di un sano "discernimento", ispirato e sostenuto dallo Spirito, da parte di coloro che sono impegnati direttamente nell’"evangelizzazione", stigmatizzando ogni forma di ‘privilegio". Infatti quello "apostolico" è certamente il campo più importante nel quale i "ministri di Dio" sono chiamati a vivere la propria avventura di credenti; ma i segni dei tempi richiedono appunto un ripensamento per non scadere in un mediocre esercizio della propria "vocazione" quasi fosse una sorta di "professione".
«Chi governa sia come colui che serve», ha detto il Pontefice citando il "Vangelo di Luca" ("Lc 22,26"), auspicando la piena consapevolezza che la "consacrazione" a Dio, non solo è totalizzante, ma esige una notevole "coerenza" di vita attraverso una relazione costante con Cristo. In questo contesto, il rapporto tra fedeltà e saggezza nella propria vita personale, ha fatto intendere il Papa, sta proprio nella capacità di comprendere che «spesso un uomo di minor valore è posto al di sopra di gente migliore di lui e a volte succede che l’inferiore ha più valore di colui che sembra comandargli».
Citando un’"omelia" di Origene, "Padre" della Chiesa Africana, Benedetto XVI ha spiegato che «quando chi ha ricevuto una "dignità" comprende questo non si gonfierà di orgoglio a motivo del suo "rango" più elevato, ma saprà che il suo inferiore può essere migliore di lui, così come Gesù è stato "sottomesso" a Giuseppe». Non v’è dubbio che la Chiesa Africana ha delle straordinarie potenzialità essendo un "crogiuolo di carismi", ma come tutte le realtà umane è "perfettibile". A questo proposito è provocatorio l’interrogativo che pone un grande studioso della "Storia Ecclesiastica Africana",
John Baurm, il quale si domanda se in Africa la Chiesa «non sia ancora troppo somigliante a quella "costantinopolitana" che concedeva privilegi al "clero" e lo poneva alla guida di tutto, piuttosto che alla Chiesa del "Nuovo Testamento" in cui, come scrive San Paolo nella "Lettera agli Efesini", "a ciascuno di noi è stata data la grazia… per rendere idonei i fratelli a compiere il 'ministero', al fine di edificare il 'Corpo di Cristo'"?... O non accade piuttosto che il "clericalismo" spinga i Sacerdoti a cercar di fare tutto da soli, ricorrendo ai "laici" solo quando non se può fare a meno?». Posta in questi termini, l’osservazione di Baur potrebbe sembrare eccessiva, ma essa è sintomatica di una preoccupazione di cui come studioso ha voluto farsi interprete: «E non è sempre il "clericalismo" a produrre quel "virus" che tanto spesso paralizza il "Corpo di Cristo", ovvero la "sfiducia"?» Non è un dato marginale il fatto che sempre ieri il Papa abbia voluto citare un fulgido esempio, quello di un Sacerdote camerunese, Padre Simon Mpeke, meglio conosciuto come "Baba Simon", passato alla storia come «il missionario a piedi nudi». Egli si spense il 13 Agosto del 1975 dopo aver speso tutte le sue forze, con grande umiltà, avendo a cuore l’aiuto generoso verso ogni anima, senza mai risparmiarsi pene e preoccupazioni nel servizio ai fratelli. Si può senz’altro affermare che "Baba Simon" fu un vero "contemplativo in azione". Nelle sue stesse parole, d’altronde, si ritrova tutto il senso della sua vita: «Vorrei che tutti vedessero Gesù Cristo, che tutti vedessero Dio come io lo vedo, che tutti vedessero gli uomini come io li vedo». Una testimonianza la sua che fa onore alla "Chiesa Camerunese", nel cui "Dna" vi è quella voglia di osare nel nome di Dio.