Alla ricerca di un "senso" per queste ore
Più che spiegare il
"dolore" Cristo lo riempie
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Giulio Albanese
("Avvenire", 8/4/’09)
Siamo tutti un po’ timorosi e
insicuri, soprattutto quando le circostanze della vita ci costringono a
misurarci con lo "scandalo" del male. E se da una parte vorremmo
sperimentare, nella fede, quella "palingenesi" del cuore, capace di
dare senso e significato anche alle questioni "estreme" che assillano
il nostro vissuto e la società contemporanea nel suo complesso; dall’altra
avvertiamo lo smarrimento di fronte alle sofferenze del "giusto" e a
tutto ciò che ne consegue. Vi sono eventi, come il "sisma" che s’è
abbattuto sull’Aquila
e dintorni, in cui, dal punto di vista strettamente "causale", l’uomo
non c’entra: punto. È vero, in questi anni noi italiani abbiamo la
responsabilità e il "demerito" di aver "cementificato"
senza remore città e paesaggi. Ma i "sismi" sono davvero un’altra
cosa.
Stiamo parlando di quei fenomeni che si generano nelle "viscere" del
nostro pianeta seguendo le "algide" leggi della
"geo-fisica", nei confronti delle quali popoli avanzati o attardati
che siano appaiono pressoché impotenti. È il mistero di un dolore improvviso,
lancinante e angosciante di fronte al quale la "lamentazione" è l’unica
forma di comunicazione.
Quando in un batter d’occhio perdi affetti e "beni materiali", tutto è
decisamente ben oltre la marca della ragione e parafrasando il "Salmo"
ti senti davvero «terra deserta, arida e senz’acqua». Come ebbe a scrivere
un "padre spirituale" del "Novecento", David
Maria Turoldo,
«possiamo accettare il male perché è parte della vita, la quale a sua volta s’intreccia
con la morte, ma accettare il dolore è cosa "eroica", perché il dolore è
davvero "disumano"».
E proprio perché il "dilemma" è grave, affermando la
"Resurrezione" dobbiamo decisamente osare, ponendo quanto meno la
questione. In fondo non ci sarebbe assurdità maggiore, per chi crede, del non
interrogarsi e lasciare alla "metafora" dell’"eclissi" il
proprio destino e quello di tanta umanità dolente. L’impotenza è un
sentimento condiviso, che forse non potremmo mai governare fino in fondo. Ma
essendo stati resi partecipi di un grande "privilegio" – quello di
credere nonostante il nostro "fardello" di miserie – sarebbe davvero
«cosa buona e giusta», durante questa "Settimana Santa", contemplare
il "mistero" della "Passione", paradigma della sofferenza di
quella gente rimasta sotto le "macerie" o costretta a sopravvivere
nelle "tendopoli" o chissà in quale altro riparo di fortuna. Mai come
nel dolore i grandi "dilemmi", come la "dialettica" tra
"Bene" e "Male", possono essere affrontati col solo pensiero
"religioso", agendo attraverso la fede oltre la nostra fine. Dobbiamo
conformarci a quanto dice Paul
Claudel: «Il Cristo non
ci è mandato a spiegare il dolore, ma a riempirlo della sua presenza», senza
però "misconoscere" le nostre responsabilità, quelle d’aver posto
anche oggi i nostri chiodi al legno della "Croce". Ecco che forse prim’ancora
di chiederci con Eliezer
Wiesel, «Dov’è
Dio?», dovremmo domandarci con Primo Levi, «Dov’è l’uomo?». Sì, perché
ogni volta che siamo "scossi" da qualche evento terribile, chiamando
in causa Dio per un suo silenzio, dimentichiamo che nel "subbuglio"
dell’esistenza ognuno di noi ha le proprie responsabilità. Basti pensare alla
mancata applicazione della "normativa anti-sismica" nell’edilizia
per cui paradossalmente, nel "capoluogo" abruzzese, in alcuni casi,
sono rimaste in piedi costruzioni "antiche", mentre molte di quelle
recenti sono crollate riducendosi a polvere e "detriti".
E qui torniamo al ragionamento di partenza: la sola dimensione in cui possiamo
agire, la nostra vita, ci rimanda al confronto con un Dio sì
"misericordioso", capace di farsi carico dei nostri
"peccati", ma che esige un coinvolgimento personale e comunitario nel
cambiare le sorti della "Storia". I "terremoti"
continueranno ad esserci, come tante altre "calamità naturali", ma la
"conversione preventiva" sarà sempre e comunque il miglior
"antidoto" contro il male.
Parafrasando allora il "Diario di un dolore" di Clive
Staples Lewis, anche noi
possiamo dire che «l’assenza del dolore è come il cielo, si estende sopra
ogni cosa».