Arginare la nuova "emergenza" è portare ordine in Somalia

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con gli obiettivi dei "pirati" di oggi

Giulio Albanese
("Avvenire", 29/4/’09)

La cronaca di questi mesi ha portato alla ribalta le vicende dei moderni "bucanieri" che infestano con le loro "scorribande" le acque antistanti la Somalia. I primi "arrembaggi" nel "Golfo di Aden" risalgono agli "Anni ’90", quando, con la caduta del "regime" di Siad Barre, alcuni "gruppi armati" iniziarono ad intercettare i pescherecci stranieri. Approfittando dello stato di "anarchia" a Mogadiscio, questi "navigli’ violavano sistematicamente il limite delle acque territoriali costituendo, a detta dei "pirati", una minaccia per l’economia locale. Nel frattempo già allora si era sparsa la notizia che i fondali dell’Oceano Indiano fossero ricchi di petrolio e non a caso in quel periodo furono ripetutamente avvistate unità navali battenti bandiere di "comodo", attrezzate per la ricerca degli "idrocarburi" le quali comunque godevano, a scopo cautelativo, di una "scorta armata".
Studi accurati, commissionati dalla "Banca Mondiale" sotto la direzione di un grande esperto in materia, il "geologo" Thomas E. O’Connor, in effetti avevano già indicato rispettivamente la
Somalia e lo Yemen come due sponde della stessa "configurazione geologica" contenente un enorme potenziale di giacimenti "offshore". Sta di fatto che successivamente, soprattutto dopo la caduta delle "Corti Islamiche" alla fine del 2006, il fenomeno ha gradualmente assunto notevoli proporzioni con il coinvolgimento di "miliziani" e uomini d’affari.
Basta dare una scorsa ad alcuni "stralci" di un rapporto redatto dall’"Intelligence" del "comando" della "Quinta Flotta Americana" di stanza a El Bahrein, reso pubblico recentemente dalla stampa araba, per comprendere che i "corsari" somali non si ispirano neanche lontanamente al filone "salgariano".
Appoggiandosi su una "rete" logistica, informativa e finanziaria disseminata soprattutto nel Golfo Persico e in
Africa Orientale, ma con "addentellati" forse anche in Europa, i "Fratelli della Costa" somali sono riusciti ad incrementare notevolmente il loro "bottino".
Lo stesso dato emerge da un’inchiesta del quotidiano britannico "The Independent" che ha rivelato come dietro le quinte si muovano vaste "organizzazioni criminali" con basi in
Kenya, Somalia ed Emirati Arabi Uniti. Il "giro d’affari", solo nel 2008, ammonterebbe a 80 milioni di dollari in "riscatti" pagati per la liberazione di navi ed equipaggi. Naturalmente, parte del denaro servirebbe a "foraggiare" le basi dei "pirati", ma il grosso verrebbe "riciclato" attraverso conti bancari registrati a Dubai e in altri Paesi del Medio Oriente. Altre fonti ben informate, accreditate a Mogadiscio, ritengono che siano almeno quattro le principali bande di "bucanieri" attualmente dislocate lungo i 3.300 chilometri di costa somala, equipaggiate di tutto punto con armi, munizioni e "impianti satellitari" in grado di localizzare le loro prede. Sul piede di guerra dopo i "blitz" francesi e statunitensi delle settimane scorse, i "pirati" si sentirebbero confermati dai risultati ottenuti nella loro concezione di una "giusta lotta" contro le ricche potenze straniere che avrebbero "depauperato", a loro dire, le acque della Somalia.
Nonostante l’impegno da parte della "comunità internazionale" di allestire una "flotta" in grado di contrastare i "pirati", il tasso di successo degli "abbordaggi" è sceso soltanto da 1 su 3 ad 1 su 4 da quando le "marine militari" di 17 Paesi hanno iniziato a "pattugliare" le acque del "Golfo di Aden". La principale difficoltà pare risieda in una sorta di "rivalità" militare ma anche economica tra
Stati Uniti, Cina e Russia. Per non parlare del fatto che le acque somale sono "perlustrate" anche da unità navali iraniane "allergiche" a qualsivoglia ipotesi di collaborazione operativa con gli "States" e i loro "alleati".
Non v’è dubbio a questo punto che l’unico modo per arginare la "pirateria" sia quella di ristabilire lo "stato di diritto" in Somalia con le armi "incruente" della "diplomazia", rafforzando il ruolo dei "moderati" a Mogadiscio. Un’ipotesi "viabile" attraverso un rinnovato impegno della "comunità internazionale" e al quale il prossimo
"G8", sotto la "Presidenza" italiana, è chiamato a dare delle risposte concrete, considerando i fallimenti delle passate "missioni militari" in Somalia.