Il discorso del Papa agli ambasciatori
Fame, tema snobbato.Giulio
Albanese
("Avvenire",
11/1/’07)
I lettori di questo giornale
ricorderanno che sabato scorso Benedetto
XVI, durante
l'omelia in occasione della solennità liturgica dell'Epifania, aveva ricordato
ai fedeli e pellegrini convenuti nella basilica vaticana come, all'inizio del
terzo millennio ci troviamo "nel vivo di questa fase della storia
umana", "tematizzata intorno alla parola globalizzazione". Una
sfida difficile, aveva avvertito il Pontefice, "proprio perché si è
coinvolti in essa: un rischio fortemente rafforzato dall'immensa espansione dei
mass-media", che talvolta "sembrano indebolire le nostre capacità di
una sintesi critica".
Ed è il caso di riconoscere che il Papa aveva proprio ragione nello
stigmatizzare la volubilità dell'areopago informativo se si riflette
sull'insana miopia della stampa nostrana la quale, un paio di giorni dopo, ha
praticamente ignorato l'accorato messaggio indirizzato dallo stesso Benedetto
XVI al corpo
diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Un messaggio davvero lungimirante
che guarda al futuro disegnando un mondo davvero diverso, con risorse
distribuite in modo equanime, con gli Stati ricchi solidali verso i più poveri,
con diritti riconosciuti per tutti, in cui la pace sia forte e rispettata e non
"fragile e derisa".
Non v'è dubbio che quello enunciato da Benedetto XVI, con il suo discorso agli
ambasciatori, sia un progetto irrinunciabile per le sorti dell'umanità e
soprattutto praticabile, a patto che Paesi e singole persone accettino di
cambiare i propri "modi di vita". A questo riguardo il Papa è stato
chiaro: lo scandalo "inaccettabile" della fame, ma ciò vale anche per
l'origine di molti conflitti che devastano intere regioni del pianeta,
"richiama l'urgenza di eliminare le cause strutturali delle disfunzioni
dell'economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano
incapaci di garantire il rispetto dell'ambiente e uno sviluppo umano integrale
per oggi e soprattutto per domani".
Detto questo, tornando proprio al ragionamento di partenza, è sinceramente
disarmante constatare come l'illuminante appello di Benedetto XVI in favore di
un mondo capovolto sia stato in gran parte ignorato dalle testate giornalistiche
nostrane le quali in questa circostanza sono paradossalmente riuscite a fargli
dire all'unisono qualcosa che avesse curiosamente a che fare con i famosi "pacs",
l'unico tema - a quanto pare - capace in questi tempi di smuovere la classe
degli informatori. "In-formare", è bene rammentarlo, significa
letteralmente "dare forma", "plasmare, modellare secondo una
determinata forma, struttura". Purtroppo oggi il prefisso "in" ha
sempre più un'accezione negativa anziché intensiva; e allora per contrasto ne
risulta una realtà "in-forme", "in-formale"… Ma
l'informazione, per chi ama davvero il giornalismo, è la notizia, il dato che
fornisce elementi di conoscenza, cioè che informa su qualcosa. Informare dunque
equivale a "dare ordine", sia nel senso letterale di eliminazione del
disordine, sia nel senso più ampio di riduzione della complessità, cioè di
semplificazione con lo scopo certamente non di banalizzare ma rendere la realtà
maggiormente intelligibile. Ora dobbiamo ammettere che questo delicato processo
informativo viene spesso sottoposto a tali e tanti condizionamenti che alla fine
gli utenti (poco importa se della televisione, della radio o della carta
stampata) fanno davvero grande fatica ad utilizzare i notiziari per orientarsi
nella realtà che li circonda, il mondo "villaggio globale". Si tratta
di un fenomeno che determina un fattuale svuotamento di significato nella sfera
dei valori, innescando meccanismi di alienazione e dipendenza fortemente
antitetici rispetto alla verità. Quella proprio a cui ha fatto saggiamente
riferimento il Papa nel suo messaggio per un mondo migliore, ispirato al
Vangelo.