Domani il "40°" dell’"Organizzazione per l’Unità" del Continente

RITAGLI     Fare i conti con l’Africa.     MISSIONE AMICIZIA
Dai suoi "interstizi" la speranza

Giulio Albanese
("Avvenire", 25/5/’09)

Sono trascorsi quarantaquattro anni da quando nacque l’"Organizzazione per l’Unità Africana" ("Oua"). Era il 25 Maggio del 1965 e il Continente Africano allora sembrava dovesse diventare la metafora dell’agognato sviluppo planetario. Eppure, ancora oggi, nonostante l’avvento della nuova "Unione Africana" ("Ua") nel 2002, tutto sembra essere ancora avvolto dalla sottile e penetrante polvere dell’"Harmattan", il vento avvolgente del deserto che rende ogni realtà grigia e indistinta. L’Africa in effetti resta un pianeta distante dall’immaginario occidentale, trascinandosi dietro il pesante fardello di una cronica instabilità fatta di guerre, carestie e pandemie. In "primis", la drammatica situazione in cui versano la Somalia e il Darfur, dove si consumano le più gravi crisi umanitarie mondiali. Per non parlare della "guerra fredda" tra Etiopia e Eritrea, come dei fragilissimi equilibri della "Regione dei Grandi Laghi", in particolare sul versante Orientale della Repubblica Democratica del Congo. E come se non bastasse, con accentuazioni diverse, destano costante preoccupazione la crisi economica e sociale in cui versa lo Zimbabwe e la fuga all’estero nei mesi scorsi del Presidente malgascio Marc Ravalomanana a seguito di un "golpe". Per non parlare della questione "migratoria" dall’Africa verso l’Europa, sempre più alla ribalta della cronaca nostrana, espressione di un malessere sul quale ogni retta coscienza dovrebbe interrogarsi. A ciò si aggiunga la difficile congiuntura "economico-finanziaria" che penalizza fortemente l’Africa, come indicato peraltro dall’"Instrumentum laboris" in vista della seconda "Assemblea Speciale del Sinodo per l’Africa", che si terrà a Roma il prossimo Ottobre. Sta di fatto che le "pene" delle Afriche – meglio usare il plurale trattandosi di un Continente grande tre volte l’Europa – esigono uno sforzo "ermeneutico", nella consapevolezza che il Continente non è povero, ma impoverito. Impariamo cioè a distinguere tra i problemi economici e sociali e il benessere che non si misura esclusivamente in termini di ricchezza prodotta o consumata. Forse non tutti sanno che le Afriche galleggiano sul petrolio e che interi Paesi dispongono di miniere a cielo aperto che vanno al di là di ogni immaginazione. Eppure, questo paradiso continentale fatto di savane, foreste e struggenti tramonti rappresenta paradossalmente il "fanalino di coda" dello sviluppo tanto anelato per una sorta di "corto-circuito" tra il micidiale connubio delle "oligarchie" locali con poteri più o meno occulti di matrice straniera e gli interessi della povera gente. Sta di fatto che inserendosi negli "interstizi" lasciati dai fallimenti dei "Presidenti padroni", che ancora oggi continuano a fare il bello e il cattivo tempo, le società africane esprimono una straordinaria voglia di riscatto che si manifesta in una vivacità culturale ancora ignota all’Occidente. D’altronde, come rileva il sociologo ivoriano Assouman Yao Honoré, «i Paesi africani partecipano con specifici e forti contributi allo sviluppo complessivo del Pianeta». Dal "Nobel" nigeriano Wole Soyinka al suo connazionale scrittore di fama internazionale Chinua Achebe; dal compianto poeta e "statista" senegalese Léopold Sédar Senghor al carismatico "leader" della lotta contro l’"apartheid" in Sudafrica Nelson Mandela. La loro testimonianza rappresenta un patrimonio che va ben oltre i confini geografici del Continente e interpella le coscienze su scala planetaria. D’altronde, come indicato da Benedetto XVI nel corso del suo recente viaggio in Camerun e Angola, vi sono degli aspetti davvero vitali nelle culture africane: il senso religioso, l’amore per la vita e l’attaccamento alla famiglia. Tutte dimensioni che ci aiutano a comprende quello che spesso ci dicono i nostri Missionari e "volontari": che la "cooperazione" non consiste solo nel dare, ma anche nel saper ricevere.