Proclamato lo "stato d’emergenza"

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urge l’intervento esterno

Giulio Albanese
("Avvenire", 23/6/’09)

La situazione in Somalia sta degenerando all’inverosimile, causando l’"esodo" di centinaia di migliaia di persone in fuga dai combattimenti o colpite dalla mancanza di cibo, acqua e cure mediche. Dal canto suo il Presidente "Sheikh" Sharif Sheikh Ahmed ha annunciato ieri durante una "conferenza stampa" a Mogadiscio l’instaurazione dello "stato d’emergenza". Un provvedimento che comunque dovrà essere approvato dal Parlamento che, nel "caos" generale in cui versa il Paese, non si sa quando e dove potrà riunirsi. A questo punto, la disperazione pare prendere il sopravvento, non foss’altro perché non sembrano esservi le condizioni reali per una soluzione che metta termine al "conflitto" in atto dal 1991. Eppure, Domenica scorsa vi è stata una presa di posizione da parte dell’"Organizzazione della Conferenza Islamica" ("Oci") che potrebbe riaccendere un barlume di speranza. Infatti in un "comunicato" a firma del Segretario Generale dell’"Oci", Ekmeleddin Ihsanoglu, si legge che è diventato inevitabile un intervento della "comunità internazionale" per ristabilire l’ordine in Somalia e alleviare le sofferenze dei civili innocenti. Si tratta di un passo in avanti molto importante da parte dei 57 Stati membri dell’"Oci" che finora erano stati alla finestra a guardare, in alcuni casi intimoriti dall’arroganza dei movimenti "jihadisti" somali o preoccupati di pendere troppo dalla parte dell’Occidente salvaguardando gli interessi del Governo "federale" di transizione somalo.
Il dato politico che, a detta degli "analisti", sembra aver convinto l’"Oci" a schierarsi in favore di un intervento internazionale pare risieda nell’unico elemento unificante di fronte alla divisione "clanica" che affligge la Somalia, e cioè quell’"Islam" tradizionale che alla prova dei fatti sta tentando con fatica di arginare la deriva oltranzista degli "Al-Shabab". Se il Presidente Sheikh Ahmed è riuscito finora ad arginare la caduta del suo Governo asserragliato a Mogadiscio è stato anche grazie all’intervento delle forze di sicurezza coalizzate sotto l’appellativo dell’"Ahlu-l-Sunna wa-l-Jama’a ("Popolo della tradizione e della comunità"), capaci di contrastare quelle formazioni "estremiste" che rappresentano il vero "focolaio" destabilizzante su scala nazionale. La posta in gioco è alta perché nella contrapposizione sul campo tra gli opposti schieramenti si evince che si sta combattendo una guerra per l’identità stessa della Somalia. Da un lato vi sono i fautori di un "Islam" ideologico, di matrice "terroristica", intenzionati ad imporre un’organizzazione politica e religiosa che non trova alcuna radice nella società somala; dall’altro lato, vi è un Governo che dovrebbe difendere i valori identificanti della tradizione "clanica" e religiosa, ma che è erede dei gravissimi errori commessi dai "signori della guerra", con la complicità a volte di alcune "cancellerie" poco avvezze nel cogliere la complessità dello scenario somalo. Una cosa è certa: quanto sta avvenendo in questo Paese rischia seriamente di avere delle gravissime ripercussioni in tutto il
"Corno d’Africa". Certamente è fondamentale il ruolo politico del mondo arabo al cui interno sono lievitate in questi anni quelle componenti "riottose" che hanno perpetrato disastri a non finire. Ma occorre anche mettere di fronte alle loro responsabilità i due principali protagonisti stranieri della quasi ventennale "crisi" somala: l’Etiopia e l’Eritrea. Si tratta di due Paesi che lungo i propri confini hanno instaurato un clima di "guerra fredda" che per induzione ha acuito a dismisura il "conflitto" somalo. Infine, è auspicabile che si realizzi quanto indicato dal nostro Ministro degli Esteri Franco Frattini, il quale ha assunto una posizione di pieno sostegno alle nuove istituzioni di unità nazionale, sottolineando anche l’importanza di un consenso più ampio che includa le forze dell’"opposizione" escludendo solo chi manifestamente si riferisce – e non per banale valutazione "pregiudiziale" come in passato – a pratiche "terroristiche" in flagrante violazione dei "diritti umani".