Promesse da mantenere verso i più poveri
S’avvicina il "G8".
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Nessun "alibi" sugli aiuti
Giulio
Albanese
("Avvenire",
1/7/’09)
Vi sono
significativi eventi sul "palcoscenico internazionale" che non
ricevono l’adeguata e meritata copertura "mediatica". È il caso
della "Conferenza" che si è conclusa Domenica scorsa a New
York, promossa
dalle "Nazioni Unite" con l’intento di individuare misure utili a
mitigare gli effetti della "crisi economica" sui Paesi più poveri e,
dunque, più vulnerabili del Pianeta. In apertura dei lavori, il Presidente di
turno dell’"Assemblea", Miguel
D’Escoto Brockmann,
non ha lesinato critiche ai "grandi" della Terra, affermando con tono
perentorio che «le conseguenze della "crisi mondiale" devono essere
affrontate in un consesso come l’"Onu"
e non nei "vertici" ristretti dei Paesi più industrializzati». La
sua insomma è stata una presa di posizione alquanto polemica, alla vigilia dal
"summit" dell’Aquila,
nei confronti di quei Paesi che per certi versi sono i maggiori responsabili
dello "tsunami" che ha scosso le "piazze finanziarie"
internazionali. Secondo D’Escoto Brockmann, il luogo più indicato per
discutere questo genere di problemi è il "Palazzo di Vetro",
trattandosi di questioni che esigono un approccio "globale".
D’altra parte, le stime della "Banca Mondiale" prevedono nel 2009
per i "Paesi in via di sviluppo" un "deficit" di bilancio di
700 miliardi di dollari. Una tendenza confermata dal recente rapporto della "Fao"
i cui dati per l’anno corrente rappresentano un vero "record"
negativo. Si stimano infatti in oltre un miliardo le persone colpite dalla
"piaga" della fame, il che significa che un sesto della popolazione
mondiale rischia la morte per "denutrizione". Cento milioni di essere
umani in più rispetto allo scorso anno. E dire che i Paesi del "G8"
da anni fanno ricche promesse in tema di aiuti per le aree meno sviluppate, come
quelle del "Continente
Africano".
Eppure ogni volta questi pronunciamenti, profusi in modo "altisonante"
al termine dei vari "summit" restano in gran parte disattesi, a
riprova che se la fame si nutrisse di parole il mondo sarebbe già sazio. E
mentre ogni anno vengono stanziati 365 miliardi di euro per sovvenzionare l’agricoltura
nei Paesi dell’"Ocse",
i Governi delle maggiori potenze mondiali non sono in grado di reperire fondi
per rilanciare le "colture" essenziali nei Paesi poveri. Con queste
premesse è spontaneo chiedersi quali potranno essere i reali meccanismi di
finanziamento che i "G8" metteranno in campo per rispettare gli
impegni presi al "vertice" di Glenaegles
nel 2005, con l’obiettivo di raggiungere il traguardo allora annunciato dello
0,7% del "Pil" entro il 2015 da devolvere per l’aiuto allo sviluppo.
Lungi da ogni "retorica", serve davvero chiarezza, soprattutto in
termini di risorse e scadenze rigorose per il loro versamento. E dire che gli "Obiettivi
di Sviluppo del Millennio",
sui quali tutti i Paesi del mondo si erano impegnati sin dal 2000, sono fondati
sui principi della "coerenza" e della "sinergia", nella
consapevolezza che occorre un approccio davvero innovativo allo sviluppo.
Inutile nasconderselo, ma è letteralmente "peccaminoso" continuare a
perdere tempo dilazionando le promesse, quando anche il buon senso dice che i
Paesi industrializzati hanno il dovere morale di realizzare una
"pianificazione" certa per lo sviluppo e l’integrazione delle
nazioni più povere. E non va dimenticato che, se non vi è la volontà politica
di fare sul serio questa volta all’Aquila, l’esodo dalle
"periferie" del mondo sarà sempre crescente, innescando pericolose
"turbolenze sociali" su scala planetaria. Vogliamo essere fiduciosi,
anche perché la ricetta per affrontare la "crisi" è nel cassetto da
tempo. A Novembre, è bene rammentarlo, si terrà a Roma
l’ennesimo "summit" della "Fao". Basterebbe in fondo che i
Paesi del "G8" facessero pressione per utilizzare parte di quanto
stanziato ogni anno – i 365 miliardi di euro di cui sopra – come sovvenzioni
all’agricoltura nei Paesi dell’"Ocse" per intraprendere finalmente
una politica "globale" di accesso al cibo. Un "diritto"
universale, senza confini.