CINA - Il governo alle prese con l’emergenza «aree rurali»

RITAGLI  La campagna di Pechino  SPAZIO CINA

Cresce il divario fra metropoli e campagne e aumenta il malcontento.
Per le autorità si impone una svolta. Radicale.

Paolo M. Alfieri
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2006)

C’è una Cina con cui la Cina deve fare i conti, distante anni luce dai grattacieli di Pechino e Canton, dalle luci di Shangai, dagli immensi parchi divertimento di Shenzhen. C’è una Cina che è rimasta indietro, fin troppo ai margini di una crescita prepotente che ha visto il resto del Paese galoppare nell’ultimo decennio su un incremento del Pil superiore al 9 per cento annuo. È la Cina di cui non si parla quasi mai, perché non spaventa il mondo con i suoi prodotti sottocosto, perché non imita i beni di consumo occidentali, perché anche quando ci prova ad alzare la voce difficilmente riesce a sfondare i confini della Terra di mezzo.
È la Cina che abita le campagne sterminate delle province centro-occidentali. Quella che raccoglie le briciole del boom economico e lavora ancora la terra con metodi arcaici. Quella i cui abitanti non possono comprare e vendere liberamente la propria casa. Che per emigrare e annusare il rapido progresso delle metropoli costiere è spesso costretta alla clandestinità.
È la Cina che ora Pechino dice di voler risollevare, per giustizia sociale o necessità di consenso. Perché il gap delle condizioni di vita tra gli 800 milioni di persone che vivono nelle regioni rurali e gli abitanti delle zone urbane è ormai diventato il motore rombante di una instabilità sociale che ha causato, nel solo 2004, quasi 90 mila rivolte sanguinose. «Conflitti che hanno radici profonde e ora devono essere risolti», ha sentenziato il primo ministro Wen Jiabao.
Gli squilibri prodotti dalla deregulation degli ultimi anni sono stati al centro dell’annuale sessione del Congresso nazionale del Popolo, tenutasi agli inizi di marzo. Che ha rappresentato il punto di arrivo di una presa di coscienza (sincera?) da parte delle autorità sul dislivello di ricchezze e condizioni di vita tra città e campagne, tra l’impetuosa Cina del terzo millennio e quella, ben più vasta, tuttora inchiodata a un passato che è di arretratezza, miseria, lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Il rampantismo della middle class dei centri urbani e la massa dei contadini impoveriti sono due mondi a parte. Il reddito annuale pro capite nelle regioni dell’interno (circa 330 dollari Usa) è pari ad appena un terzo di quello percepito nella costa industrializzata. E il divario cresce costantemente, anno dopo anno. Ben il 30 per cento dei bambini nelle regioni periferiche soffre di malnutrizione, dato che precipita all’1 per cento per la popolazione urbana.
Qualche cifra: sono 40 milioni i contadini vittime di ingiusti espropri di terreni, assegnati, spesso dietro laute tangenti agli amministratori locali, a imprese o a speculatori edilizi. «Alcune persone occupano illegalmente le terre dei contadini e non offrono compensi finanziari ragionevoli e arrangiamenti alternativi, e questo provoca un gran numero di incidenti nelle campagne», ha ammesso ancora il premier Wen.
Il piano quinquennale 2006-2011 prevede nuovi investimenti per le zone rurali (per un totale di 42 miliardi di dollari), una spinta - troppo debole, però, secondo diversi analisti - per costruire «un nuovo socialismo nelle campagne» che sostenga la Cina contadina e che, soprattutto, riesca a frenare migrazioni e rivolte. Altro segnale in questa direzione è rappresentato dall’abolizione della storica tassa sul grano, probabilmente il balzello più antico del mondo. E se è vero che nel 2005 l’imposta agricola ha inciso soltanto per l’1 per cento nel complesso delle entrate di Pechino, c’è da sottolineare che l’incidenza di questo «prelievo» aveva ancora il suo peso per milioni di contadini che vivono sotto la soglia di sussistenza.
Passa anche per questi «aggiustamenti strategici» correttivi del modello di crescita cinese, lo sviluppo di una società che il presidente Hu Jintao vuole «più armoniosa e bilanciata».
Ma si illude chi pensa che tali misure possano produrre, sic et simpliciter, una svolta significativa. I miglioramenti sociali epocali evocati negli ultimi anni dall’esecutivo sono spesso rimasti mere illusioni sacrificate alla volontà di ascesa nel ranking delle potenze economiche mondiali.

«Il problema è che alle parole non seguono i fatti - sottolinea padre Bernardo Cervellera, direttore di "AsiaNews" e autore dell’interessante saggio "Missione Cina. Viaggio nell’Impero tra mercato e repressione", appena riproposto da Ancora in una nuova edizione - . Alle città va addirittura l’80 per cento delle sovvenzioni e degli investimenti governativi, nonostante esse rappresentino solo il 20 per cento della popolazione cinese. Alle campagne restano solo le gocce rispetto alle reali necessità».
Alcuni osservatori hanno fatto notare che attualmente sono sempre più le multinazionali straniere a comandare sul mercato cinese, così che il potere di Pechino di reindirizzare lo sviluppo sembra essersi (irrimediabilmente?) ridotto. «In realtà - sostiene padre Cervellera - gli investimenti stranieri avvengono sempre attraverso partner cinesi: Pechino controlla quindi ancora molto bene il flusso dei capitali. Il problema è che non riesce più a controllare coloro che hanno in mano il potere economico, e che fanno della propria appartenenza al Partito uno strumento di immunità dal giudizio della legge».
Nelle città - grazie all’introduzione nella Costituzione, due anni fa, della proprietà privata - , i cinesi sono liberi di comprare e vendere le loro case, anche se le autorità non esitano, se necessario, ad attuare requisizioni forzate per far posto a esercizi commerciali e uffici. I terreni agricoli invece sono ancora proprietà comune dei villaggi. Ad ogni famiglia viene assegnato un appezzamento da coltivare. Chiunque voglia acquistare un terreno deve trattare con i comitati di villaggio, in genere presieduti dai locali dirigenti del Partito comunista. La somma ottenuta con la vendita dovrebbe fungere da risarcimento per gli abitanti della zona, ma troppo spesso questi indennizzi diventano fonte di arricchimento soltanto per la nomenklatura locale.

Secondo un recente rapporto preparato dall’Università del Michigan in collaborazione con la Renmin di Pechino, gli espropri sono aumentati di ben 15 volte nel 2005 rispetto a dieci anni fa. Il documento si basa su di un sondaggio effettuato in 1.700 villaggi di 17 diverse province cinesi. Nel 15,8 per cento dei casi, le terre sono state strappate ai contadini per costruirvi industrie: nel 13,1 per cento dei casi, invece, esse sono state rubate perché «zone da sviluppare». Il terreno viene poi riconvertito da funzionari pubblici corrotti, che ne attestano la natura «industriale e residenziale» anche quando questa «non potrebbe essere concessa».
Le rivolte contro questo sistema di malaffare hanno ormai raggiunto picchi record, sfociando, in molti casi, in violenti scontri con le forze dell’ordine.
Esemplare la vicenda relativa al villaggio di Taishi, nella provincia meridionale del Guandong. Per diversi mesi, a partire dall’estate scorsa, oltre duemila persone hanno protestato contro il capo villaggio, Chen Jinsheng, accusato di essersi impadronito del ricavato della vendita di una parte delle terre di proprietà collettiva. La polizia ha reagito duramente contro i manifestanti, e solo dopo che la vicenda è stata resa pubblica dai media internazionali il Partito ha aperto un’inchiesta sull’accaduto.
«La legge riconosce il diritto dei contadini ad essere consultati e a ricevere un risarcimento ragionevole, ma le istituzioni, la polizia e la magistratura non sono indipendenti», spiega Hou Wenzhou, fondatrice dell’Empowerment and Rights Institute di Pechino, una ong che fornisce consulenze alle vittime delle requisizioni illegali della terra. 
«La debolezza della Cina attuale - evidenzia padre Cervellera - consiste soprattutto in una diffusa mancanza di legalità. Il governo teme, a ragione, l’aumento della tensione sociale causato da uno sviluppo industriale scriteriato, oserei dire anarchico, che mette in crisi la vita dei contadini. Eppure tuttora continua ad attuare arresti di contadini e difendere gli espropri illegali». 
Senza contare la precaria situazione dei migranti, «veri schiavi dello sviluppo cinese», secondo il direttore di "AsiaNews". «È gente costretta ad accettare qualunque condizione di lavoro per salari irrisori. Spesso, anzi, non vengono nemmeno pagati. La legge cinese proibisce, tra l’altro, di spostarsi dal proprio luogo di nascita, per cui la gran parte di queste persone è sprovvista anche del permesso di residenza, detto hukou. Il governo ha promesso anni fa di concedere l’hukou  ai contadini che emigrano, ma anche in questo caso si è limitato alle parole. Così decine di migliaia di persone restano alla mercè dei loro datori di lavoro, non avendo titolo per denunciare alle autorità eventuali soprusi, pena il rischio di condanne».
Tutto si paga nella Cina di oggi, così che anche i più basilari servizi pubblici assurgono a spietato crinale tra chi può e chi non può permettersi un’istruzione decente, un tetto sulla testa, una visita medica. L’assicurazione sanitaria è diventata uno dei moderni miraggi in un Paese nel quale lo statalismo egualitario di un tempo ha fatto posto all’attuale eclisse di ogni forma di assistenza. Il China Daily, quotidiano ufficiale, ha reso noto che ben il 90 per cento degli abitanti delle zone rurali non è coperto da alcuna assicurazione sanitaria. Tramontata l’epoca dei «medici scalzi», che garantivano cure (seppur deficitarie) agli strati più poveri della popolazione, oggi nelle campagne «resiste» un medico ogni mille persone, e nelle vicine città i contadini utilizzano appena il 37 per cento dei letti disponibili. Così, se nelle metropoli si diffondono centri sanitari specialistici per la Cina dei nuovi ricchi e di una borghesia che insegue invidiati modelli stranieri, nel resto del Paese centinaia di migliaia di persone nascono, crescono e muoiono senza vedere un medico in tutta la loro vita. 

In molti finiscono con l’ammalarsi per l’intensificarsi dell’inquinamento: ben il 70 per cento delle acque cinesi è ormai ammorbato da scarichi industriali e liquidi tossici. Le industrie sorte 30-40 anni fa nelle periferie, sono oggi drammaticamente assediate dai centri abitativi accavallatisi nell’impetuoso sviluppo urbano. Ad aggravare la situazione, il fatto che la Cina goda, in quanto Paese «emergente», dell’esenzione dal Protocollo di Kyoto sull’abbattimento delle emissioni dei gas serra. Emissioni che vanno a danneggiare significativamente l’intera produzione agricola, facendo così ricadere soprattutto sulla popolazione rurale i danni della folle corsa allo sviluppo. Cambiamenti climatici e lunghi periodi di siccità seguiti da alluvioni distruttive, hanno spesso spazzato via da intere province le coltivazioni tradizionali.

Un anno fa riuscì a bucare i rigidi filtri della censura di Pechino, la notizia relativa alla rivolta di migliaia di persone del villaggio di Huaxi, nello Zhejiang. Per diversi giorni i manifestanti chiesero la chiusura di 13 industrie chimiche, responsabili di aver inquinato le acque e il terreno attorno al villaggio. «Il governo sostiene che farà di tutto per bloccare l’inquinamento - spiega Cervellera - . Ma quando si verificano disastri ambientali non si preoccupa nemmeno di far pagare i risarcimenti dovuti ai contadini dalle industrie coinvolte».
Al termine dello stesso Congresso del popolo di marzo, Wen ha indicato, tra le priorità, nuovi parametri nella scelta dei grandi progetti industriali, promettendo uno stop per tutte quelle infrastrutture che distruggono risorse ambientali, che non tengano conto del risparmio energetico e della eco-sostenibilità. Difficile dire se questa (fin troppo) ambiziosa dichiarazione d’intenti servirà a placare il malcontento crescente dell’«altra» Cina. Quella Cina che vive ai margini, e che a noi non fa paura. Ma che Pechino vede come il maggior rischio destabilizzante per la sua rapida corsa verso lo sviluppo.