L’AFRICA CHE SPERA

Nel giorno del suo compleanno, l’anziano "leader" torna a scuotere il Paese:
«La povertà tiene la nostra gente in pugno».
Madiba ha festeggiato nel suo villaggio natale di Qunu.

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L’"appello" al Sudafrica: «Condividere le ricchezze con i poveri».

NELSON MANDELA, Premio Nobel per la Pace e Leader del Sudafrica!

Paolo M. Alfieri
("Avvenire", 19/7/’08)

Ci sono attimi della vita di un uomo che si staccano dalla cronaca quotidiana per "sedimentarsi" nella memoria collettiva. Johannesburg, 1995: un uomo da poco tornato libero consegna il trofeo di campioni del mondo di "rugby" alla squadra sudafricana. Lui, nero, avanza fiero in uno stadio che celebra lo "sport" dei bianchi. Sorridente in un "tripudio" che è il primo sigillo della «nazione arcobaleno». Houghton, 2005: un padre africano ammette che suo figlio è morto di "Aids", qui dove l’"Hiv" è ancora un male "tabù" di cui non si parla per evitare lo "stigma" sociale. A quel punto della sua vita Nelson Mandela è già il simbolo dell’Africa intera. È amato, rispettato. E sa che il suo gesto servirà da esempio.
Simbolo mondiale dei "diritti umani", dell’uguaglianza tra i popoli, della dignità umana non meno del solido coraggio politico, Mandela forse più di ogni altro ha saputo "sublimare" negli anni i dolori privati in "catarsi" pubbliche. Non c’è stato "leader" politico che ieri, per i suoi 90 anni, non gli abbia "tributato" un doveroso pensiero. E lui non ha perso l’occasione nemmeno stavolta. Richiamando il Sudafrica e il mondo intero alle sue responsabilità. «La povertà tiene la nostra gente in pugno – ha osservato dal suo villaggio natale di Qunu – . Ci sono persone in Sudafrica che sono molto ricche e che potrebbero condividere le proprie ricchezze con coloro che sono meno fortunati e che non sono stati in grado di sconfiggere la povertà».
Pensa di essere fortunato, il vecchio «Madiba». Perché «se sei povero è improbabile che tu viva così a lungo». E se eri povero e nero e animato da grandi ideali era improbabile che non finissi in prigione nel
Sudafrica dell’"apartheid". Tradimento, "cospirazione". Una scusa si trovava sempre. Ne ha parlato anche ieri, Mandela, di quei 27 anni dietro le sbarre che avrebbe preferito trascorrere con la sua famiglia. Il carcere non era riuscito a zittire la sua libertà, tanto che nel 1980 riesce a far pubblicare un manifesto contro la "segregazione razziale". Dovrà passare un altro decennio prima che il Presidente Frederick De Klerk annunci la liberazione di Mandela. In 500mila lo attendono per le strade, si riversano dalle mille "township" in uno stadio troppo piccolo. Per vederlo parlare da uomo libero, il pugno destro alzato, la voce "arrochita" ma ferma a chiedere l’uguaglianza tra gli uomini. Nel 1993 arriva, per Mandela e De Klerk, il "Nobel per la Pace", l’anno dopo «Madiba» è il primo Presidente nero della «nazione arcobaleno». Negli anni sempre più la "dimensione" Mandela è diventata globale. Le sue "campagne" mondiali, il suo impegno umanitario non meno del suo passato lo hanno trasformato in un’"icona" già consegnata ai libri di storia. Deve averci pensato, ieri, «Madiba». Ma a 90 anni e con la sua storia alle spalle la responsabilità non dev’essergli sembrata troppo gravosa.