Il presidente Hu
Jintao apre i lavori
davanti a capi di Stato e premier dei 53 Paesi del Continente:
parla di «nuova era» e di «buoni fratelli».
Paolo M.
Alfieri
("Avvenire", 5/11/’06)
Un'iniezione importante di aiuti
all'asfittica economia africana, linee di credito, cancellazione di debiti
storici, un ulteriore abbattimento dei dazi doganali, formazione
tecnico-professionale, investimenti su vasta scala. Il presidente cinese Hu
Jintao non si è risparmiato nell'annunciare ieri a 53 tra capi di Stato (ben
35) e alti rappresentanti del Continente nero il nuovo impegno di Pechino in
Africa.
Intervenendo al "Forum di cooperazione sino-africana" (Focac) in corso a Pechino,
Hu ha presentato la Cina come il «buon amico, il buon partner, il buon
fratello» dell'Africa, aggiungendo che «in questa nuova era, Cina ed Africa
condividono sempre maggiori interessi ed hanno crescenti necessità comuni».
Poi via con le promesse: raddoppio degli aiuti al Continente nero entro il 2009,
concessione di tre miliardi di dollari per prestiti agevolati e di due miliardi
di dollari per i crediti alle esportazioni, esenzione dai dazi per 440 prodotti
(attualmente sono 190) e formazione di quindicimila tecnici africani.
E poi, costruzione di scuole e ospedali, raddoppio del numero delle borse di
studio offerte agli studenti del Continente nero, invio di esperti del settore
agricolo e informatico. Non manca nulla nella maxi-offerta di Pechino. C'è
anche, nella postilla del premier Wen Jiabao, la quantificazione commerciale del
prossimo futuro: entro il 2010, si augura il primo ministro, l'interscambio tra
Cina e Africa dovrà raggiungere un volume pari a 100 miliardi di dollari,
livello più che doppio rispetto a quello odierno, che ammonta a 39,7 miliardi
di dollari.
L'obiettivo economico, insomma, è fissato. La strategia politica è nota da
tempo. La Cina che si presenta all'Africa in un'ottica di cooperazione Sud-Sud,
come «il buon fratello», appunto.
La Cina che ignora sistematicamente, nei suoi interventi in Africa, le questioni
relative ai diritti umani. Sa bene, Hu Jintao, quale sarà il "refrain" dei
critici. Così ha cercato di parare il colpo in anticipo: «Quando la Cina
costruisce strade e scuole, e fornisce infrastrutture sanitarie e tecnologie
agricole ai Paesi africani, danneggia i diritti umani in Africa? O forse
danneggia il buon governo in quei Paesi? Tutto ciò contribuisce al bene dei
popoli africani».
Quello che manca, nella retorica presidenziale del «meeting che passerà alla
storia», è il lato "b", quello che non si vede negli incontri
ufficiali ma incide profondamente nella vita di milioni di africani. Come il
massacro dei mercati locali, con i microproduttori del Continente nero scalzati
dall'afflusso di merci a basso costo da Pechino. Come il rilevamento da parte di
imprese cinesi delle più importanti industrie di molti Paesi, da quella
cotoniera a quella della pesca e dell'agroalimentare. Come la copertura
diplomatica al Consiglio di sicurezza dell'Onu, dove la Cina detiene il diritto
di veto, con il "dossier" Darfur a fare scuola. Come la corsa all'accaparramento
delle più importanti fonti di energia mondiali ancora "libere", in
uno dei "match" decisivi contro i rivali Usa nell'esclusivo campionato delle
superpotenze.
«Senza uno sviluppo congiunto di Cina e Africa - ha chiosato ancora Hu Jintao -
non ci saranno pace e sviluppo globali. Cari amici, uniamo le nostre mani e i
nostri sforzi per promuovere lo sviluppo sia della Cina che dell'Africa, per
promuovere lo stato di benessere delle nostre genti e favorire l'armonia nel
mondo». I rappresentanti del Continente nero hanno ascoltato e ringraziato. Il
"leader" etiope, Melles Zenawi, ha ricordato che l'«Africa ha bisogno del
sostegno dei suoi amici per vincere la sfida della povertà e
dell'arretratezza». L'Europa ha ceduto il passo in Africa da tempo, gli Usa
sembrano arrancare, Pechino è lì ad approfittarne.