SEGNI DI SPERANZA

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ai bimbi soldato:
la vita che rinasce

A Bunyuka, in Congo, la parrocchia locale si occupa del recupero dei minori
a lungo costretti a combattere.
Un impegno analogo a quello dei missionari del Pime nella città ivoriana di Bouaké.
Esempi preziosi, in un continente nel quale l’umanità dei più piccoli
è stata spesso umiliata dalle violenze subite.

Un bimbo soldato: sguardo da liberare...

Paolo M. Alfieri
("Avvenire", 27/7/’07)

C'è un’umanità offesa, violentata, umiliata che giorno dopo giorno cerca faticosamente di ritrovare se stessa, le proprie speranze, i propri sogni bambini. Le immagini che si vorrebbero dimenticare, brutali, crude, imbrattate di sconforto e sangue, bruciano mente e cuore, ancora freschi di memorie disperate. Le sofferenze patite dagli ex bambini soldato si somigliano ad ogni latitudine. E simile, nel suo tortuoso percorso fatto di speranze e cedimenti improvvisi, è il difficile processo di reinserimento sociale che i piccoli ex combattenti affrontano per tornare alla vita. «Ci siamo accorti della sofferenza di questi bambini e abbiamo deciso di aiutarli», racconta don Jerome Saytabu, parroco di Bunyuka, nell’Est della Repubblica democratica del Congo. L’esempio che viene da quest’angolo di Africa, dove continua imperterrito l’arruolamento dei minori, è il simbolo di una pratica che nel mondo coinvolge ancora 300mila bambini. Nonostante le ostilità si siano ufficialmente concluse nel 2005, molte zone del Congo, e in particolare l’area orientale, restano infestate di gruppi ribelli in lotta tra loro per le risorse minerarie del Paese. I bambini, considerati niente di più che "carne" a buon mercato da sacrificare sul campo di battaglia, restano così alla "mercé" di una guerriglia senza freni. Più di seimila bambini in questi ultimi due anni sono però riusciti, grazie a programmi di smobilitazione, a tornare alla vita civile, iniziando un percorso doloroso ma necessario. A Bunyuka, riferisce l’"Agenzia Fides", don Jerome e i suoi collaboratori sono già riusciti a reinserire nella comunità locale oltre un centinaio di ex combattenti delle milizie "Mai Mai". È sulla base di quest’esperienza che la stessa parrocchia ha avviato uno specifico programma dedicato a una cinquantina di ragazzi, ex bambini soldato arruolati con la forza nel movimento di guerriglia ugandese "Nalu", attivissimo lungo la frontiera tra la Repubblica democratica del Congo e l’Uganda. «Dopo essere stati sequestrati dai miliziani questi giovani hanno subito ogni tipo di umiliazione», spiega don Jerome. È stato solo grazie ad un’operazione delle forze armate congolesi che questi ragazzi hanno ritrovato, dopo mesi di combattimenti e torture, la libertà tante volte sognata. Tornati ai propri villaggi, però, al posto di affetto e solidarietà si sono scontrati con la freddezza e l’indifferenza di quanti li consideravano ormai «indegni» di essere restituiti alla vita civile. «Sono stato quasi rinnegato dalla mia famiglia», racconta Kasareka Kasolu, oggi maggiorenne, «ero considerato come un appestato: i miei amici mi evitavano e non mi volevano più parlare – gli fa eco Mbale Musuvulya – e anche la mia fidanzata non voleva più saperne di me». Non è un caso che molti giovani, una volta liberati dalla guerriglia, scelgano la via del "banditismo", della prostituzione o, addirittura, il ritorno volontario ai gruppi armati. I più «fortunati» hanno trovato nella parrocchia di Bunyuka un aiuto concreto, un appiglio insostituibile nelle difficoltà quotidiane. Qui molti ragazzi hanno frequentato corsi di alfabetizzazione per poi continuare con la scuola secondaria o, per quelli più grandi, gli studi professionali. «Qui ho recuperato l’umanità che avevo perso», ammette Katembo Dieudonnè. Finiti gli studi non sempre trovare un lavoro è così semplice. Eppure, sottolineano orgogliosamente i religiosi della parrocchia, «un primo passo importante» per l’accettazione dei piccoli ex combattenti nella società è stato comunque compiuto.