Un messaggio
di pace, semplice e diretto, quello lasciato dal presule,
il cui corpo è stato ritrovato lo scorso 13 marzo,
dopo 14 giorni di sequestro.
«Chiedo a tutti voi di collaborare, per costruire solidi "vincoli" di
amore
tra quanti vivono nel nostro amato Paese».
L’arcivescovo
ucciso: «Aperti a tutti i figli dell’Iraq».
La lettera scritta 5 anni fa:
«La morte è una realtà, ed ognuno di noi dovrà attraversarla.
L’uomo, che dona la sua vita a Dio e all’altro,
esprime così la profonda fede e la sua fiducia in Lui».
Marta
Allevato
("Avvenire",
19/4/’08)
Nessuna "eredità"
materiale, solo un semplice e diretto messaggio di pace e amore per l’Iraq,
l’uomo e soprattutto per i «fratelli musulmani» è tutto quello che ha
voluto lasciare dopo la sua morte monsignor
Paulos Faraj Rahho,
l’arcivescovo caldeo di Mosul
ucciso il mese scorso dal terrorismo islamico. Il suo testamento, pubblicato
ieri nella traduzione italiana dall’Agenzia "AsiaNews",
è una consegna piena, totale e senza limiti nelle mani di Dio. Nel testo, che
porta la data del 15 agosto 2003, il presule ricorda con particolare tenerezza i
"disabili" e i poveri della "Fraternità di Carità e Gioia"
("Farah wa Mahabba"), da lui fondata nel 1989: «Da voi ho imparato l’amore,
voi mi avete insegnato ad amare».
Rivolgendosi poi ai suoi familiari, ammette con semplicità: «Non possiedo
niente e tutto quello che possiedo non è mio. Io stesso ero una
"proprietà" della Chiesa e dalla Chiesa non potete
"rivendicare" niente». Indicativa a riguardo è la citazione che lo
stesso vescovo, 67 anni, ha voluto riportare all’inizio del
"documento": «Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno
muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi
moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque
del Signore» (Romani 14,7-8). Si tratta, quindi, di un vero e proprio
"testamento spirituale", in cui monsignor Rahho espone le sue
considerazioni sul significato della morte e della vita, offrendo profondi
spunti di riflessione. «La morte è una realtà "tremenda", la più
"tremenda" di ogni altra realtà ed ognuno di noi dovrà "attraversarla"
– si legge – : l’uomo, che dona la sua vita, se stesso e il suo essere e
tutto ciò che possiede a Dio e all’altro esprime così la profonda fede che
ha in Dio e la sua fiducia in Lui. Il Padre eterno si prende cura di tutti e non
fa mai male a nessuno, perché il Suo amore è infinito. Lui è Amore, ed è
anche la "pienezza" della paternità». Da qui ricava la sua personale
«comprensione della morte». «Morire – scrive l’arcivescovo, che si firma
il "servo del Vangelo di Cristo" – è interrompere questo donarsi a
Dio e all’altro (nella vita terrena) per aprirsi ad un donarsi nuovo e
"infinito", senza "macchia". La vita è il "consegnarci"
pienamente tra le mani di Dio; con la morte questo "consegnarci"
diventa "infinito" nella vita eterna». L’ultima parte è dedicata
al suo "messaggio" per l’Iraq. «Chiedo a tutti voi di essere sempre
aperti verso i nostri "fratelli" musulmani e tutti i figli della
nostra Patria amata, di collaborare insieme per costruire solidi
"vincoli" di amore e fratellanza tra i figli del nostro amato Paese, l’Iraq».
Che il sacrificio di monsignor Rahho possa essere il "seme" da cui far
nascere la pace è l’augurio espresso di recente anche dal cardinale
Leonardo Sandri. L’11
aprile, ad un mese dal triste "epilogo" del sequestro, il prefetto
della "Congregazione per le Chiese orientali" ha presieduto nella
Basilica Vaticana una
Messa in "suffragio" del vescovo. «La
sofferenza di oggi – aveva ricordato il porporato – prepara
"frutti" di riconciliazione nella comunità ecclesiale e in tutto l’Iraq.
Che la morte di monsignor Rahho, le cui ultime ore sono nel "calice"
di Cristo, possa far "germogliare" la pace ad ogni livello, radicata
nella preghiera, e sia da stimolo per tutta la Chiesa caldea con i suoi vescovi,
sacerdoti e fedeli».