RIFLESSIONI

RITAGLI    «In Asia sulle orme di frère Roger»    COMUNITÀ DI TAIZÉ

«Ogni anno il fondatore trascorreva alcuni giorni
in un quartiere povero di una "metropoli".
E nel 1977 fece tappa a Hong Kong».

Frère Alois, priore della Comunità di Taizé
("Mondo e Missione", Febbraio 2008)

Nel novembre scorso frère Alois, priore di Taizé, ha animato alcuni incontri di preghiera in diversi Paesi asiatici: a Bangkok in Thailandia, a Hong Kong, a Yogyakarta in Indonesia e in Cambogia. Centro del viaggio è stata una settimana trascorsa con i fratelli di Taizé che dal 1979 vivono a Seoul, in Corea. Per "Mondo e Missione" frère Alois ha scritto questo diario.

Questo viaggio in Asia aveva come primo scopo far visita ai nostri fratelli di Seoul. Dopo la morte di frère Roger, mi sembrava importante andare a condividere, anche se per poco, la vita di ciascuna delle nostre Comunità di "frères": dopo il Brasile, il Bangladesh e il Senegal, è stata la volta della Corea.

Fu per rispondere a un invito del cardinale Kim, allora arcivescovo di Seoul, che frère Roger, inviò qualche fratello per stabilirsi nella capitale sudcoreana. Il cardinale Kim era venuto a Taizé nel 1972 ed era nata con lui una relazione di profonda fiducia. Arrivato senza preavviso, era stato colpito dal fatto che - proprio quel giorno - i "frères" pregassero per la Corea. Nel 1977, secondo la sua abitudine, frère Roger decise di trascorrere alcune settimane nel quartiere povero di una "metropoli" insieme ad alcuni fratelli e alcuni giovani. Quell’anno fu la volta di Hong Kong, tra la gente che viveva nelle vecchie case di giunchi ai bordi del Mar di Cina. Il cardinale Kim, di passaggio da Hong Kong, venne a sapere della presenza di frère Roger, noleggiò una piccola barca e si mise a cercarlo lungo la costa. Finì per trovarlo e pranzarono insieme nella "baracca" dove frère Roger era alloggiato. Il cardinale espresse lì il suo desiderio che alcuni fratelli potessero andare a vivere nella sua diocesi. Così, nel 1979, cominciò questa presenza a Seoul, che prosegue ancora.

Abitare per tanti anni in un Paese diviso in due, con le sofferenze che questo comporta in ciascuna famiglia coreana, non è una cosa da niente. Meditando sulla nostra vita ci ricordiamo che - anche nella nostra povertà, pure laddove le circostanze non sono favorevoli - , Cristo ci invia a guarire le ferite delle divisioni e delle violenze: andare verso l’altro, talvolta a mani vuote, ascoltare, cercare di comprendere; e già in questo modo le situazioni possono trasformarsi.

In Corea ho potuto constatare quale cammino devono percorrere i nostri fratelli per vivere in una cultura completamente diversa, così come avviene ai nostri fratelli asiatici, latinoamericani o africani che vivono a Taizé. Già all’interno della nostra Comunità cercare di oltrepassare le frontiere delle culture non è un dato di fatto che viene da solo e bisogna sempre ricominciare a impegnarsi nel renderlo visibile.

Ovunque siano nel mondo, i miei fratelli condividono in uno spirito di gratuità l’esistenza di chi sta loro accanto, spesso persone molto povere. Si recano là senza progetti "precostituiti", senza altro obiettivo che essere semplici testimoni dell’amore di Dio per ciascun essere umano e soprattutto per il più abbandonato. Non cercare in prima battuta la riuscita dei progetti è un modo di comportasi che rende liberi e permette di essere una presenza di bontà completamente gratuita. Allora nascono iniziative concrete che prima forse non si poteva nemmeno immaginare.

A Seoul ho fatto visita al cardinale Kim, oggi anziano malato. Mi ha confidato la sua ammirazione per l’attività di uno dei nostri fratelli in favore dei malati di Aids e dei carcerati: «È il "padrino" dei condannati a morte», ha rimarcato il cardinale, che ha qualificato la "fraternità" come «una presenza umile e discreta ma così importante per la Corea».

Verso la fine del nostro soggiorno ci siamo recati nel Sud a passare un giorno in un monastero buddhista. Siamo stati accolti non come semplici turisti, bensì come monaci. Al momento del nostro arrivo si stava facendo notte; un giovane monaco ci ha introdotti in un dormitorio. Abbiamo preso parte alle celebrazioni della sera, della notte e del mattino. Abbiamo parlato con il responsabile del monastero; è stato un incontro semplice e diretto, come uno scambio: noi abbiamo raccontato come viviamo la nostra vita comune e loro hanno fatto lo stesso.

Abbiamo condiviso anche la vita di preghiera e mi sono detto che è necessario avere una grande ammirazione per questi monaci che, con coraggio, cercano di essere conseguenti con la loro impostazione. Fanno uno sforzo enorme per alzare lo sguardo da se stessi e aprirsi a qualche cosa di più grande di loro, a un assoluto. Ma come possono farlo senza una fede in un Dio personale? Noi, nel momento in cui diciamo «Dio», pensiamo a "Qualcuno". Per loro non è così. Questo implica una solitudine estrema perché ciascuno è rimandato a se stesso. E ciononostante hanno sviluppato una saggezza e una ricerca di misericordia. Acconsentire alla vita, far fronte al male: questi sono valori che condividiamo con loro.

In Asia le grandi tradizioni religiose, e la profonda saggezza che vi si esprime, ci spingono al rispetto. Ma allo stesso tempo ci rendono evidente che noi, come cristiani, ci appoggiamo su Cristo. Così ho sentito, come per contrasto, un nuovo stupore davanti alla "Rivelazione": noi cristiani crediamo in un Dio che viene verso di noi, la presenza dello Spirito Santo ci unisce e in lui formiamo il Corpo di Cristo. Ci rivolgiamo a Dio dicendogli «Tu»: questo è un passo enorme, irraggiungibile per gran parte dell’umanità. Grazie alla loro esistenza le tradizioni religiose d’Asia ci rendono attenti alla necessità di non ridurre Dio al nostro livello. Dio resta sempre al di là di noi stessi, il «totalmente Altro».

Prima di arrivare in Corea siamo passati da Bangkok. In Thailandia i cristiani non rappresentano che l’1 per cento della popolazione. In questo Paese essere buddhista e thailandese è la stessa cosa, e per i cristiani non è facile far capire che pure loro sono cittadini thailandesi e che non hanno tradito la tradizione del loro popolo. Hanno moltiplicato i luoghi di preghiera e di solidarietà, di impegno con i più poveri. Un sacerdote ci ha portato a visitare alcune famiglie povere in una "bidonville" di Bangkok. Ho potuto constatare lo slancio dei missionari. In Europa talvolta li abbiamo "screditati" pensando che impongano la loro visione delle cose. Questa critica oggi non è più giustificata. Questi "cliché" spariscono quando si vedono missionari vivere con grande solidarietà e un amore intenso per i popoli ai quali sono inviati. Qualche volta accettano di vivere in parrocchie dove nemmeno i preti "autoctoni" vogliono andare. Visitando questi Paesi asiatici si ricomincia a stimarli.

Prima della preghiera della sera, i piccoli gruppi di giovani stranieri venuti apposta per quest’appuntamento erano riuniti nel giardino che circonda la Cattedrale di Bangkok: birmani, laoitiani, filippini, malesi, cinesi. Questo ha significato per le persone di Bangkok accogliere i loro vicini che non conoscono né la libertà né il benessere economico. La preghiera serale ha riunito i rappresentanti di tutte le Chiese: il cardinale cattolico, un prete russo, un pastore protestante, e lì ho compreso che queste Chiese aspettano che noi le aiutiamo a incontrarsi. Ho ricordato che, trent’anni fa, frère Roger era stato a Bangkok, visitando un campo di rifugiati e invitando due vedove, che si trovavano nel campo con i loro figli, a stabilirsi a Taizé. Queste donne vivono ancora oggi nel nostro villaggio. La domanda che ha guidato la preghiera era: «Come essere testimoni di speranza attraverso la nostra vita? Ci manca molto per rendere maggiormente umane le nostre società. Scegliamo la speranza iniziando da noi. Iniziamo donando più attenzione a chi ci sta attorno, in particolare ai poveri».

A Hong Kong abbiamo avuto un incontro nella Cattedrale anglicana e tenuto un momento di preghiera in quella cattolica. La Chiesa di Hong Kong vive completamente aperta sulla Cina, dove è presente una civiltà molto antica nella quale il "Vangelo" ha potuto trovare una sua risonanza. Con grande dignità i cristiani cinesi sanno attraversare le prove senza mai lamentarsi, riponendo la loro fiducia in Dio; con coraggio a Hong Kong i cristiani spendono le loro energie per partecipare alla costruzione di una città più umana. Con loro ci siamo interrogati così: «Nella lunga tradizione cinese si è sviluppata una profonda saggezza. Essa comporta un’alta considerazione dell’integrità del cuore, dell’armonia e della contemplazione. Se le innovazioni tecnologiche sono "foriere" di molte promesse, speriamo che esse non facciano dimenticare l’essenziale. Che l’anima cinese non si faccia schiacciare».

A Yogjakarta, 300 giovani venuti da diverse parti dell’Indonesia si sono riuniti per un "weekend" di ritiro nell’Università dei Gesuiti. In questo Paese la tolleranza tra cristiani e musulmani comincia a "sfaldarsi", ci sono sempre più tensioni. Eravamo stati avvisati di non apporre troppi avvisi in giro per la città per annunciare il nostro momento di preghiera. La domenica ci siamo recati nella zona della città dove c’è stato il terremoto, visitando una parrocchia la cui Chiesa è andata distrutta: ora i cristiani pregano in una Chiesa di "bambù". Quindi ci siamo spinti a nord, a Borobudur, un santuario buddhista: la salita a questo edificio rappresenta un cammino di meditazione. Noi l’abbiamo fatto in un’ora, ma certi monaci ci impiegano molto più tempo, alcuni non salgono fino alla sommità se non si sentono pronti.

La Cambogia: ultima tappa del nostro viaggio, la più "straziante". Ci siamo incontrati con la sorella di un vescovo morto di stenti in un campo di deportati, del quale è stata ritrovata la croce pettorale. Dopo la fine dei "Khmer Rossi", i cristiani hanno raccontato come hanno vissuto la loro fede senza poterne parlare, tenendo talvolta qualche riunione in alcuni appartamenti. Certe persone, anche bambini, si recavano alla frontiera con la Thailandia per cercare l’Eucaristia che poi trasportavano nei barattoli di conserva oppure nei contenitori dei rullini fotografici. Un ragazzo di dodici anni diceva ogni giorno un "Padre Nostro" e un’"Ave Maria" nelle risaie «per non dimenticarli». Ora ci sono catecumeni e battesimi.

A Phnom Penh abbiamo concluso il nostro itinerario con una preghiera comune in una sala che serve come Chiesa. E lì, come in altri Paesi, la nostra preghiera veniva naturale. È stata una sorpresa scoprire come questi cristiani domandino una preghiera meditativa, come se questa rispondesse a un’attesa. I canti di meditazione, i gesti semplici, l’avvicinarsi alla Croce, un atteggiamento di rispetto e adorazione: per questi giovani asiatici tutto veniva naturale.

In quest’Asia lontana mi è risultata ancora più evidente la necessità di un’unità visibile. In una situazione dove i cristiani sono minoranza, la testimonianza del "Vangelo" è fortemente indebolita dalle nostre divisioni. Per essere testimoni della "Rivelazione" di Dio in Cristo non possiamo che essere insieme. Tanti giovani nel mondo cercano di oltrepassare i muri dell’odio o dell’indifferenza. Sanno che la riconciliazione con Dio implica la riconciliazione tra gli uomini. Nella loro sete di autenticità ci inviano questo appello: affinché l’impegno dei cristiani per la riconciliazione nel mondo sia credibile è essenziale che i credenti siano uniti tra loro. Come essere testimoni di un Dio d’amore e lasciare che permangano le nostre divisioni?

( Traduzione di Lorenzo Fazzini )