OLTRE I CONFINI

Nell’enciclica firmata il 21 aprile 1957,
Papa Pio XII invitava a sostenere il Sud del pianeta
anche con l’invio di parroci e vicari.
Nell’anniversario parla il presidente della Commissione Cei.

RITAGLI   «Fidei donum», cinquant’anni di missione   DIARIO

L'arcivescovo Luigi Bressan:
«L'annuncio "ad gentes" è un impegno che continua anche per i preti diocesani».

Da Trento, Diego Andreatta
("Avvenire", 19/4/’07)

Sabato 21 aprile sarà il loro anniversario d'oro. I missionari che han preso il nome e lo spirito della "Fidei donum", a 50 anni esatti dall'enciclica di Pio XII, che ricorre appunto sabato, festeggiano idealmente questa fedeltà nelle loro parrocchie. «Rappresentano una ricchezza non solo per le loro diocesi, ma per tutta la Chiesa italiana che a maggio metterà il loro stile al centro dei lavori della Cei». Ne conosce le storie e la storia monsignor Luigi Bressan, presidente della Commissione episcopale per l'evangelizzazione dei popoli e la cooperazione fra le Chiese, che è stato Nunzio apostolico per 10 anni in Oriente ed ora guida l'arcidiocesi di Trento che ha «sfornato» 50 dei 2mila Fidei donum italiani.
«Proprio perché nati in una parrocchia e formati nel servizio ad una diocesi - spiega - il loro tratto comune mi sembra essere il profondo senso di condivisione con il popolo. Nei villaggi dell'Africa, ma anche sulle strade dell'America Latina e dell'Asia, li ho sempre visti vicini alla gente, a lottare per essa, a portare l'incoraggiamento di Gesù Cristo. Non si fanno circondare di strutture, non pretendono di imporsi, tanto meno di "ri-formare" la cultura del luogo. Accanto alla chiesa edificio, costruiscono un cammino spirituale per la loro gente dentro una visione globale del Regno di Dio».

Le statistiche registrano un aumento dei laici Fidei donum, quasi 200 ormai, mentre i sacerdoti stabilizzatisi sul numero di 700 negli anni Ottanta sono scesi a 575. E rischiano di non essere rimpiazzati…

C'è un calo numerico, è vero, ma la proporzione tra i Fidei donum e il clero diocesano in Italia è rimasta immutata, a fronte del fenomeno davvero nuovo che è l'arrivo crescente nel nostro Paese di preti non italiani, 1800 ormai».

Due dati da leggere in un'unica prospettiva?

«Esatto. Quella dell'enciclica Fidei donum, ovvero di una collaborazione vera tra le Chiese, per lo più fra diocesi e diocesi, fondata sul riconoscimento della pari dignità fra le Chiese locali e sul valore dello scambio».

Molti di loro si sono più che "inculturati" da anni nelle comunità oltre mare. Non rischiano di perdere le "radici?

«In generale, direi che non si sentono lì "per sempre" e sanno preparare anche il "dopo". Mantengono rapporti che arricchiscono la loro Chiesa d'origine e poi vi tornano talvolta assumendo anche ruoli di responsabilità (a Trento, ad esempio, come rettore del Seminario o direttore del Centro missionario). Ma è vero che qualcuno confessa: "non mi sento né di qua, ne di là". Ricordo un proverbio cinese che dice: "Se metti un tronco in un canale, non diventerà mai un pesce". Ma nemmeno un tronco da fare un mobile. Questo per dire che è anche una ricchezza poter partecipare contemporaneamente a due culture».

Al rientro, spesso però vanno in crisi. Come prevenirla?

«Così come non potevano tradurre l'Italia in missione, non possono "ri-tradurre" al rientro la realtà di là. Ci vuole una mediazione che passa dalla capacità di ascolto di chi non è partito, dal coraggio di provare il nuovo, dalla fatica di una società europea oggi meno sensibile ai valori religiosi».

C'è un futuro per la formula Fidei donum, visto che le comunità lamentano il calo dei sacerdoti?

«La diminuzione del clero non dovrebbe accrescere il timore dell'andare e del "lasciar andare". Ci vuole una visione globale, missionaria, è anche una questione di equa distribuzione dei preti nel mondo. In Italia siamo favoriti con un diocesano ogni 1.000 cattolici, mentre la media mondiale è di uno ogni 2500. E poi il Fidei donum non va visto come un sacrificio, ma come un investimento. Lo dimostra la loro storia».