DAL MARCIAPIEDE

RITAGLI     "Barboni": gli ultimi invisibili     MISSIONE AMICIZIA

«Mi siedo sullo stesso marciapiede e rimango silenzioso.
Poi scatto una immagine, come facevo per il più caro amico della mia adolescenza.
Ho una stanza tappezzata di foto di barboni.
  Questa "maschera" d’uomo servirà a vedere meglio le maschere "disumane"
che ognuno di noi indossa».

VITTORINO ANDREOLI
("Avvenire", 13/1/’08)

Il paese più ricco di "barboni" è l’America. A New York occupano gli angoli di tutte le strade, i giardini delle Chiese e disegnano il verde dei prati come tante orchidee del "paradosso". A San Francisco, per il suo clima, per l’amministrazione comunale tollerante, i barboni giungono da ogni parte e si siedono uno accanto all’altro, come a Cesarea d’Egitto nel IV secolo dopo Cristo. Una città con il venticinque per cento di omosessuali, conosce bene il "pregiudizio" e l’emarginazione. Ma ci sono a Roma, a Parigi, a Tokio.
La geografia del "barbone" è quella dei paesi arricchiti, dove la sopravvivenza è legata al superfluo, all’inutile; dove si muore per "iperalimentazione" e ogni cittadino ha almeno un’auto; dove lo spreco è il sistema d’esistenza, il consumo il criterio di identità e gli oggetti hanno la dignità della carne umana. Sono concentrati dove dominano gli eroi dell’oro, le dinastie del denaro.
Non ho trovato barboni in Africa, nell’Asia della fame: qui domina la povertà. Anche nell’Occidente ricco c’è povertà, ma ha un volto differente dal barbone. La povertà deve rispettare e amare la ricchezza, ne dipende, ne ha bisogno. La povertà cerca un riscatto e chiede. Il barbone non chiede perché non ha bisogno di niente. Talvolta lo scrive su un cartello che poi appoggia al suo corpo, mentre dorme, per non essere continuamente richiamato da chi ha voglia di dare. La povertà è necessaria alla ricchezza, permette le buone azioni e di rivestire la propria coscienza, abituata a rubare. La visione del mondo del povero è identica a quella del ricco.
Ho conosciuto i "santi dei poveri", coloro che danno la vita ai poveri: sono identici ai ricchi, a quelli che la provocano. Sulla povertà è nata una industria, simile alle grandi imprese. Sono "santi" compromessi col potere, amano gli agi anche se con lo stile d’un masochista, un "preziosismo" del vizio. Chi genera povertà, crea anche i "samaritani" che la governano: sono vestiti in modo diverso, ma sono come i ricchi. Nel copione è inclusa la critica ai padroni, ruolo che svolgevano un tempo i buffoni di corte.
Sui drogati, i nuovi poveri, è nato un impero: non mi riferisco agli spacciatori, ma agli "apostoli", alla "mafia" della bontà. Un potere che ha per provvidenza i governi e gli stessi spacciatori. Sugli emigrati è nato un mercato clandestino dello sfruttamento, gestito da chi ha sete di giustizia. Una povertà perpetua, necessaria, saranno con voi per sempre.
I barboni non hanno alcun padrone, alcun "samaritano" perché non chiedono nulla, non hanno bisogno d’un letto per dormire o d’una mensa per sfamarsi. Nessuno si può "santificare" sulla loro condizione. È paradossale: persino la povertà genera ricchezza. Non i barboni. I "santi" della povertà girano in macchine blindate, con le segretarie, telefoni diretti col potere. Ricordano i "kapò" dei campi di concentramento nazisti.
In ogni città cerco i barboni. Un appuntamento fisso, come un tempo i musei, i monumenti illustri. E come allora faccio fotografie. Li fisso così per sempre nella memoria d’una camera oscura, come testimonianza di questo tempo, del volto umano. Stufo delle maschere del carnevale quotidiano, vado nelle piazze per guardare un barbone, coperto di pelo, di polvere, e di puzza. Preferisco l’odore della cacca a quello dei concimi chimici; la puzza d’un barbone al profumo d’un inutile e impellicciato corpo di donna.
Mi siedo sullo stesso marciapiede e rimango silenzioso. Poi scatto una immagine, come facevo per il più caro amico della mia adolescenza. Ho una stanza tappezzata di foto di barboni; barboni di tutto il mondo. Mi sono talmente familiari da sembrarmi "autoritratti" del barbone che è dentro di me. Il volto è una "pergamena" su cui è scritta la biografia di ciascuno. Si stampa, inconsapevole, mentre ognuno scrive un racconto che non gli appartiene. Il volto è la rappresentazione del nostro passato, inciso sulla fronte, dentro lo sguardo. Non c’è bisogno di chiedere e avere risposta; nel silenzio si può decifrare questa infallibile "tavola di Rosetta", testimone d’una esistenza che lenta si fa morte.
Ho guardato anche il movimento d’un barbone, i suoi gesti, e talora mi sono sembrate sequenze d’un balletto al "Bolscioi". Il gesto di raccogliere qualcosa da un sacco d’immondizia quando tutti ormai si curvano per rubare, è poetico. Il silenzio d’un barbone è soave, in mezzo a un "brusìo" di "delatori" e falsi profeti.
Ho incontrato anche donne, immobili agli angoli delle strade: le "barbone". Forse hanno partorito, hanno donato il loro corpo a un marito, forse hanno tentato, invano, d’essere donne e sono diventate barbone. Lo stesso vuoto, l’identico silenzio, il medesimo odore.
Manca solo la barba e forse è questo il loro unico desiderio.
La povertà mi rattrista, un barbone mi consola. "Violento" il povero con un obolo, rispetto il barbone con il silenzio, guardandolo muto.
Questa "maschera" d’uomo servirà a vedere meglio le maschere "disumane" che ognuno di noi indossa. Il barbone è la maschera del mistero, fatto di vuoto, di silenzio e di una lunga, disordinata barba.