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Quando oso andare nel fondo della mia coscienza,
provo il desiderio di una vita più semplice e "composta", più vera, buona e giusta.

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Era una serata fredda e nebbiosa. Il "gruppo giovani" si era dato appuntamento nella parrocchia più "decentrata". In quel periodo stavamo facendo un percorso di conoscenza delle altre religioni, e quella sera erano state invitate alcune persone di un "centro culturale buddhista". Quando i tre ospiti scesero dalla macchina, ebbi una sorpresa: uno era un giovane che conoscevo… Me lo aveva presentato un anno prima una suora, dicendomi che desiderava parlare con un sacerdote, eventualmente confessarsi. Aveva 25 anni. Il giovane mi raccontò che stava vivendo una situazione psicologica terribile, aveva tentato di suicidarsi per due volte; mi disse che era credente, cristiano.
Ci incontrammo alcune volte, almeno quattro, poi non si fece più vivo. Non ricordo perché, ma non gli chiesi il numero di cellulare, e non riuscii più a rintracciare né lui né la suora. Dopo l’incontro, gli chiesi come mai era diventato buddhista. Mi rispose che nel buddhismo aveva trovato quella pace che nella comunità cristiana nessuno era riuscito a comunicargli. Questa vicenda, oltre ai sensi di colpa che mi fece provare, e che in un certo senso provo ancora oggi, per aver trascurato una "pecorella" che una suora aveva ricondotto all’ovile, generò in me una riflessione sulla situazione di molte persone, anche giovani, che, ferite dallo "stress" e dalla "frammentazione", alla ricerca di pace, di speranza e di unità, si avvicinano a forme di religiosità orientali o "New Age", abbandonando le loro radici cristiane. Il giovane quella sera raccontò che nel buddhismo stava bene perché, anche se non c’è Dio, aveva almeno trovato l’assenza di sofferenza, una certa "pace".
La preghiera è anche per me un’"oasi di pace", uno stare sereni con noi stessi ma non da soli, nella compagnia dolce e misericordiosa di Dio; essa è scendere con la luce dello Spirito Santo nella profondità ultima della nostra coscienza e incontrare qualcuno, il "volto" amorevole di Gesù. Qualche volta mi capita di fare io a Gesù la stessa domanda che Lui ha rivolto a Pietro: "Mi ami?". Per tre volte! E gioire per la risposta… Quando oso andare nel fondo della mia coscienza, quando riesco a superare la "vertigine" del silenzio e la paura dell’incontro fra me stesso e il Signore, trovo anche luce nelle risposte "morali": «Cosa devo fare? Cosa è giusto per me e per gli altri?». Lì nasce il desiderio di una vita più semplice e "composta", più vera, buona e giusta. La preghiera autentica non è "intimismo"; in essa nasce il desiderio della santità, del digiuno che sfocia nell’elemosina, nella condivisione dei beni, nell’impegno per la giustizia, i poveri, la pace…

("Avvenire", 21/2/’08)