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Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Nunzio, 19 anni, è morto durante un «rave» (dall’inglese «delirio») per un’"overdose" da poveri: un "cocktail" di alcool, pasticche e droghe varie. Come Mimmo, Fabrizio, Giorgio, Bruno, miei amici di gioventù per alcuni dei quali ho celebrato il funerale; ora Nunzio abita nella "Casa del Padre", ascolta musiche "angeliche" e, nella luce della verità, prega per noi, per gli amici che ha lasciato, i familiari, gli "spacciatori", i "trafficanti", per chi ogni giorno si impegna con e per i giovani.
Nunzio è una grave perdita per tutti perché anche lui, come ognuno di noi, era chiamato alla "santità", amato da Dio, colmato di "doni" che avrebbero potuto rendere felici tante persone e migliorare il mondo.
Ho conosciuto bene e da vicino molte persone con problemi di droga; ho quasi sempre trovato in esse una "sensibilità" straordinaria; alcuni di loro, fortunatamente, sono riusciti a uscirne e nel loro cammino di "liberazione" sembrano quasi avere una "marcia" in più, una forza fuori dal comune; la droga infatti è sofferenza e la sofferenza insegna molte cose della vita, specialmente la "comprensione" per chi «sta male dentro».
Una ragazza "miracolosamente" uscita dall’eroina, un giorno, mi disse che si sentiva trattata dalla società come un "problema" e non come una "persona" e, le sembrava, che talvolta anche i suoi amici "cristiani" si vergognassero di lei: si sentiva trattata con compassione, quasi con un senso di superiorità e non di vera "fraternità".
Droga, alcool, "dipendenza", violenza sono il nostro
Darfur, il nostro Iraq, il nostro Afghanistan, il nostro Tibet: morte e sofferenza sono a un passo da noi.
Possiamo e dobbiamo combattere questa "guerra" in molti modi; ad esempio inventando continuamente momenti di autentica "fraternità", di vera "accoglienza", in cui ognuno si senta importante e protagonista: feste, concerti, gite, incontri, cene, vacanze, momenti «deliri ("rave")» di gioia per Gesù vivo, sul piazzale della Chiesa, dopo la Messa domenicale; possiamo combattere evitando le quotidiane "tentazioni" di emarginazione, di "disuguaglianza", di indifferenza, "valorizzando" tutti per la propria bellezza, per i propri "doni", a scuola, all’Università, sul lavoro.
Possiamo combattere con tanta, tanta e insistente preghiera.
Per fare, in modo "continuativo", queste cose apparentemente semplici sembra, però, necessario un "supplemento" di grazia che solo una vita spirituale forte può dare. Il "Maligno" ci ostacolerà in tutti i modi, ma noi non temiamo nulla, perché il Signore Risorto è la nostra forza. E le "istituzioni", la politica, potrebbero fare qualcosa? Beh… di questo ne parliamo un’altra volta…

("Avvenire", 1/4/’08)