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Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Domenica sarà una data "particolare": verremo chiamati al "voto" per dare all’Italia un nuovo governo e, lo stesso giorno, verrà celebrata la "Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni". In modo "inaspettato", ho avvertito dentro di me che fra i due avvenimenti ci sono aspetti comuni.
Molti uomini politici presentano il proprio "operato" come un «servizio al bene comune».
Nella sua enunciazione teorica, questa "definizione" della politica mi convince, nonostante percepisca che le difficoltà emergano proprio quando si cerchi di "concretizzare" l’espressione «bene comune».
Con un approccio "spirituale" e "sacerdotale", mi viene spontaneo affermare che il "bene" di una persona, credente o non credente, sia quello di raggiungere la felicità: che tale felicità consista nell’essere pienamente "se stessi", nel rispondere alla "chiamata" di Dio, alla propria "vocazione". Uno dei compiti primari della politica dovrebbe essere quello di aiutare ogni persona a essere "se stessa"; le istituzioni altro non dovrebbero fare che creare situazioni perchè i genitori possano svolgere il loro fondamentale compito "educativo", gli insegnanti possano insegnare, gli imprenditori produrre lavoro con "equità"; fare politica vuol dire anche costruire un mondo in cui i magistrati e gli avvocati possano operare per la giustizia, i lavoratori compiere il proprio dovere e avere una paga "dignitosa", i medici amare i malati come persone e non come "numeri", i giovani avere tempo per incontrare gli amici e curare gli affetti, i sacerdoti e le suore possano avere il tempo per pregare ed annunciare il Vangelo. Non vorrei "semplificare" troppo il problema, ma penso che molto impegno politico debba consistere nel creare un "sistema" in cui le preoccupazioni economiche non prendano il "sopravvento" sulle relazioni; molto spesso leggo articoli o ascolto conferenze su tematiche "educative", in cui i padri vengono accusati di essere i «grandi assenti» e le mamme di preferire la "carriera" all’educazione dei figli; ci si chiede come mai tanti giovani fatichino a trovare la propria strada; mi sento di poter dire che oggi non è semplice "organizzarsi" la vita, per nessuno, neanche per i preti. Di questi tempi mi aiuto chiedendomi frequentemente, ogni giorno, «chi sono e chi voglio essere»; ogni mese vado dal mio "padre spirituale", un sacerdote che sostanzialmente non fa altro che ascoltarmi e mi aiuta così a "ricentrare" la mia "vocazione", a "riequilibrare" la rotta; non ringrazierò mai a sufficienza i tre sacerdoti che, in diversi momenti della vita, mi hanno accompagnato. Credo che tutti dovremmo avere un «amico dell’anima» che ci aiuti nello scoprire, ogni giorno, la nostra "vocazione": ogni giovane, ogni papà, ogni mamma, ogni prete… e anche ogni politico.

("Avvenire", 8/4/’08)