PRECEDENTE    «Ma non aspettiamoci che dal Cielo    SEGUENTE
arrivi un "Sms",

con scritto: "Vieni e seguimi, tvb"»

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Qualche giorno fa un mio amico sacerdote mi ha portato in una casa abitata da una piccola Comunità, composta da tre ragazze: un’insegnante di lettere, un architetto e un medico, "vergini consacrate" di età fra i 22 e i 30 anni, occhi luminosi, sorriso accogliente, vestiti sobri ma eleganti.
L’appartamento aveva un arredamento essenziale, carino; la Cappellina semplice e curata ospitava l’Eucaristia, ben evidente. La responsabile della casa mi ha detto che avevano altre Comunità gemelle in Italia e in Perù. Parlando con il mio confratello e con una di loro, ho capito che la Comunità si era costruita grazie all’iniziativa di una delle tre, che aveva "chiamato" le altre a questo tipo di vita.
In effetti, nella storia della Chiesa è sempre accaduto così: nel Vangelo si legge che Gesù chiamò Andrea e Filippo e che furono loro a chiamare Simone e Natanaele. È vero che «non siamo noi che abbiamo scelto Lui, ma è Lui che ha scelto noi», ma oggi, che Gesù è in Cielo, non possiamo certamente aspettarci che sia lui a chiamare, né con una telefonata, un’apparizione o un "sms" tipo: «Vieni e seguimi: tvb». È compito dei consacrati dire: «Vieni e vedi, seguiamo insieme il Signore».
Penso che uno dei molteplici motivi per cui esiste, almeno nel mondo occidentale, una certa carenza di vocazioni alla vita consacrata sia il silenzio di noi preti e consacrati. Talvolta siamo paurosi e silenziosi, altre volte troppo precipitosi: buttiamo lì proposte vocazionali "azzardate", senza conoscere adeguatamente le persone.
Se questo discorso è vero, almeno un poco, per la vita consacrata, credo che lo sia anche per le "vocazioni" al matrimonio. Ritengo che sia compito di tutte le persone che hanno trovato l’amore aiutare i propri amici ad incontrare altre persone che sono in ricerca, senza essere né paurosi né precipitosi. Chiamare e accompagnare gli amici verso nuove amicizie, sostenerli con la preghiera perché scoprano la propria strada è uno stupendo gesto di carità.
Prima di Pasqua una giovane, durante una confessione, si è "accusata" di non saper pregare e mi ha chiesto: «Mi insegni a pregare?». È la più bella domanda che si possa fare a un prete: non la dimenticherò mai; attraverso di lei il Signore mi ha "richiamato" alla mia più vera vocazione.
Vieni con me ad un ritiro spirituale? Mi accompagni a un Convegno? Mi aiuti a portare un malato a Messa? Mi dai una mano a organizzare una gita per i ragazzini della parrocchia?
Chiamare un amico, al posto di Gesù, è un gesto che possiamo fare tutti, e può cambiare la vita di una persona e farla felice.
Vinciamo la vergogna e la paura pensando al bene altrui: l’unico modo per essere davvero felici è rendere felici gli altri.

("Avvenire", 15/4/’08)